Apertura delle candidature: be the Next!

Con  l’apertura del nuovo anno accademico  NextPA – associazione studenti Bocconi  inaugura una nuova fase di recruitment tra gli studenti del nostro ateneo.

Chi siamo

NextPA è l’associazione studentesca indipendente focalizzata sul settore pubblico leader in Italia, nata all’interno dell’Università Bocconi da un’idea risalente all’estate 2013. Siamo un gruppo di studenti estremamente interessati alla Pubblica Amministrazione e al mondo delle istituzioni che governano la nostra vita di cittadini: abbiamo sentito l’esigenza di creare una realtà associativa che non esisteva prima in Italia, in cui poter esprimere le nostre idee ed i nostri interessi. La nostra è una rete in continua crescita e dal respiro sempre più internazionale: anno dopo anno, sono sempre di più gli studenti stranieri che scelgono di entrare nella nostra comunità, contribuendo a renderla uno spazio aperto, inclusivo e multiculturale.

Cosa facciamo

Le nostre attività sono numerose e vanno dall’organizzazione di eventi con ospiti di spessore come tecnici, politici e professionisti, all’organizzazione di dibattiti su temi d’attualità, dalla promozione di contenuti ad hoc tramite social media ed alla consulenza per gli enti pubblici. In questi anni di attività NextPA ha avuto l’opportunità di interfacciarsi e lavorare al fianco di soggetti di spiccato rilievo come la Open Government partnership, il Comune di Milano  e molti altri.

Puoi candidarti ad entrare a far parte di questa rete e scegliere di dedicarti all’ambito che più ti interessa fra le nostre 4 aree tematiche – Politiche pubbliche,  Sanità, Organizzazioni internazionali e Smart Cities -.

Sarà inoltre possibile fare domanda per occupare una delle nostre posizioni aperte, ed entrare a far parte del nostro staff! Questa può essere una grande occasione per acquisire nuove competenze e per partecipare proattivamente alle attività dell’associazione.

Attualmente sono disponibili posizioni nella gestione delle risorse umane, comunicazione, eventi e nella gestione dei quattro gruppi tematici; affrettati, e invia  la tua candidatura!

Come candidarsi

Le candidature sono già aperte. Sarà possibile inviare la propria candidatura entro il 30 settembre mandando un’e-mail al nostro indirizzo as.nextpa@unibocconi.it, allegandovi una breve lettera motivazionale.

Per ulteriori informazioni, scrivici su as.nextpa@unibocconi.it, o contattaci direttamente sulla nostra pagina Facebook!

 

Cosa aspetti? Join us and the be the Next!

NextInterview – Giammarco Sicuro e le barriere architettoniche

di Matteo Matassini.

 

There is no better way to start solving problems than asking about them.

This interview mark the beginning of our new series “NextInterview”, a series of… interviews, in English or Italian, made by our members to dive into the numerous, kaleidoscopic issues that concern the public sector.

Some of them have long been debated and they’ve become buzzwords on media, but very often we lack a fundamental insight: the one of the people that work to tackle these issues.

Some others instead are seldom in the spotlight. In this case we hope that our interviews will be able to raise awareness and create a debate.

Enjoy!


Non c’è modo migliore di iniziare a risolvere i problemi che fare domande su di essi.

Questa intervista segna l’inizio di “NextInterview” una serie di… interviste, in inglese o italiano, preparate dai nostri associati per investigare le numerose, caleidoscopiche sfide del settore pubblico.

Alcune di esse sono già state dibattute a lungo e sono ricorrenti nei media, ma molto spesso manca un punto di vista importante: quello delle persone che lavorano in prima persona per affrontare queste problematiche.

Altri argomenti sono raramente sotto i riflettori. In questo caso ci auguriamo che le nostre interviste possano creare consapevolezza e far nascere un dibattito.

Buona lettura!


Giammarco Sicuro è un giornalista Rai. Si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Firenze ed ha proseguito i suoi studi presso l’Istituto per la formazione al Giornalismo ‘Carlo Bo’ dell’Università di Urbino. Dopo un breve periodo come giornalista per Sky Italia, approda alla redazione del Tg Rai Toscana nel 2008. Dal 2013 lavora presso la redazione del Tg2 Rai a Roma, dove si occupa di cronaca, approfondimenti ed inchieste per rubriche e dossier.

 

  • Iniziamo la nostra intervista parlando delle barriere architettoniche e la situazione italiana. La loro presenza è giustificabile dall’antichità della pavimentazione e dalle strutture presenti nelle nostre città? O è un sintomo della mancanza di interventi necessari e attuabili?
  • Dobbiamo partire dalla premessa che le strutture dei nostri centri storici non sono facili da adattare alle esigenze di un disabile. Questo non giustifica il fatto che non dobbiamo fare tutto il possibile per mettere nelle condizioni chi non può muoversi come un normodotato di vivere una vita normalissima. Nella mia Firenze ci sono vie strette, marciapiedi alti, che rendono difficile l’utilizzo di una carrozzina o l’entrata nei musei e negli edifici. Le tecnologie per ovviare a questo problema esistono, credo che lo Stato debba garantire il libero accesso almeno agli uffici pubblici.

 

  • Si tratta quindi di un fatto di volontà politica.
  • Ho avuto modo di fare alcuni servizi in alcune città, come Trieste. Il Castello di San Giusto, che si trova in cima ad una rocca, ha un accesso molto difficile, dovuto ad una rampa con gradoni. Allo stesso tempo c’è un montacarichi, non fruibile ai disabili perché serve solamente per trasportare materiali. Ciò fa capire che a volte non c’è attenzione al sistema e non si pensa che si potrebbe convertire per l’accesso ai disabili, mentre creare strutture ex novo risulterebbe ancora più difficile.
  • Considerando il focus della nostra associazione, ossia la pubblica amministrazione, come le è sembrato l’approccio del personale che gestisce i servizi di pubblica utilità (verso persone con disabilità?Le sono sembrati preparati a gestire questo tipo di situazioni?
  • Molto dipende dall’atteggiamento che i cittadini delle varie parti d’Italia hanno per loro tradizione e carattere. Al sud ho notato più disorganizzazione ma molta più cordialità: gli addetti si sono fatti in quattro per trovare una soluzione al problema. Si cerca di ovviare ad una disorganizzazione che è quasi totale: a Napoli e a Palermo ho avuto la sensazione che l’addetto di fronte a me (che sedevo su una carrozzina) si sentisse quasi impaurito, pensando di non sapere gestire la situazione; poi ci siamo arrangiati, chiamando in aiuto altre persone che mi hanno sollevato di peso. Generalizzando, direi che al nord il personale è più preparato ma meno flessibile e disponibile all’aiuto.

 

  • Beh, pensavo che Roma fosse una città molto accogliente verso chi ha difficoltà.
  • Roma in realtà ha grandissime difficoltà per la mobilità dei disabili, gli investimenti per portarla ai livelli delle altre capitali europee sarebbero veramente ingenti. Forse il momento più difficile l’ho vissuto lì, alla fermata metro del Colosseo: per mancanza di ascensori sono stato costretto ad allungare il percorso e optare per i mezzi di superficie.

 

  • Nel settore privato, invece, c’è maggiore attenzione verso questa fascia di clienti?
  • Quando ero in carrozzina ho visitato anche molti musei privati. A differenza di quelli pubblici, per la loro sopravvivenza hanno bisogno di accogliere il maggior numero di visitatori e quindi si fa il necessario per garantire l’accessibilità a tutti. Io ho realizzato molti servizi in collaborazione con associazioni di disabili, che sono una potenza nel mercato del turismo e possono fare lobbying e pressione per investimenti in tal senso. Le fondazioni sono molto sensibili a questo argomento, mentre il pubblico fatica sempre di più a mettere a bilancio interventi che riguardano adeguamenti per le persone disabili. Ho trovato molte più difficoltà negli esercizi commerciali che non avevano neanche gli scivoli per superare un banale gradino e risultava spesso impossibile andare in bagno. Per decenni in Italia si è fatto finta di non vedere problemi che sono sempre esistiti. I disabili sono una comunità importante dal punto di vista di indotti. Se non vogliamo esaminare la questione da un punto di vista umanitario ma prettamente economico, la presenza di barriere architettoniche rappresenta una diminuzione delle potenziali entrate per i negozianti.

 

  • Le persone che ha incontrato quando si è calato nel ruolo di disabile l’ hanno aiutata? L’aiuto dei passanti è stato superfluo o spesso necessario per superare le barriere?
  • Io ho realizzato questi servizi sia immedesimandomi nel disabile sulla sedia a rotelle sia seguendo persone ormai disabili da tempo. Nel primo caso, l’intento era quello di raccontare le difficoltà di una persona potenzialmente senza disabilità che improvvisamente si scontra con le difficoltà che questa nuova situazione comporta. Invece una persona che si trova in questa situazione da anni sviluppa delle strategie per superare le difficoltà. Resta comunque una vita complessa e nella pianificazione delle città non si è fatto altro che aumentare queste difficoltà. Ho trovato in alcune situazioni grande solidarietà, a partire dal semplice passante che mi sollevava, e altre di totale indifferenza. E’ difficile trarre un giudizio netto: gli autisti del bus talvolta sono scesi di persona per aiutarmi se la rampa non funzionava, mentre in una città del nord l’autista del tram appena mi ha visto mi ha trattato in malo modo dicendo che non potevo entrare, mandandomi via.

 

  • Quindi in generale i mezzi pubblici come le sono sembrati: adeguatamente attrezzati o presentavano delle carenze? Se presenti, le attrezzature per disabili erano in funzione o guaste?
  • Bisogna fare delle distinzioni. Quasi tutti gli autobus che ho trovato erano in possesso di rampe, che però erano state scarsamente usate e quindi necessitavano di manutenzione. Come spesso succede in Italia, viene comprato un bene pubblico ma non viene adeguatamente conservato o utilizzato. Le infrastrutture sono spesso presenti, come gli ascensori nelle stazioni delle metropolitane. Tuttavia, come a Roma o a Genova, questi risultavano guasti e non in funzione da diversi mesi.

 

  • Lei ha avuto esperienze italiane. All’estero le è sembrato che ci fosse una situazione diversa, una sensibilità politica maggiore o simile all’Italia?
  • All’estero è un po’generico come termine di paragone, bisogna vedere di quali nazioni si parla. Noi abbiamo delle difficoltà non trascurabili dovute alla morfologia del territorio, molte città sono costruite in collina o montagna, con dislivelli e con vie molto strette. In Germania, dove il territorio è pianeggiante e gli edifici sono più moderni, il disabile riesce a muoversi molto più liberamente.

 

  • Immagino che per il suo lavoro avrà avuto modo di visitare molte città italiane: quale potrebbe definirebbe come la più all’avanguardia e sensibile al tema?
  • Le associazioni di disabili con le quali ho collaborato mi dicono che Milano sia una di quelle più all’avanguardia per l’accessibilità, anche se io personalmente non ho una conoscenza specifica della città. Tra le città in cui ho realizzato i servizi, Trieste è quella che forse si avvicina di più agli standard europei, sebbene alcuni mezzi di trasporto, come il tram storico, andrebbero adeguati. Parlando con i cittadini e gli impiegati, ho riscontrato reazioni diverse. In alcuni città, le  mie osservazioni venivano accolte con una certa stizza e polemica. Questo è segno che i problemi sono percepiti come tali e, probabilmente, c’è una certa sensibilità al tema e significa che alcuni lavori in tale senso sono stati compiuti. In altri casi, l’assenza di reazioni forti di fronte alle difficoltà dei disabili è segno di noncuranza e mancanza di sensibilità

 

  • La convenzione dell’ONU per i diritti dei disabili, ratificata dall’Italia nel 2009, sancisce i diritti di parità di opportunità, accessibilità ed indipendenza. Secondo la sua opinione, queste condizioni sono raggiungibili o come, molte delle convenzioni ONU, ancora utopistiche?
  • Gli obiettivi sono senza dubbio utopistici, ma si cerca di tenere l’asticella alta e di stimolare un cambiamento, ottenendo almeno in parte ciò che ci si prefigge. Sarà difficile arrivare ad un livello di totale accessibilità: in ogni caso, i mezzi ci sono e la sensibilità a tali tematiche è aumentata. Bebe Vio, la schermitrice italiana, sta facendo molto in questo senso. Tra l’altro lei è stata l’ultima a lanciare l’allarme che la Capitale non è in grado di accogliere degnamente le persone con disabilità.

 

  • Per quanto riguarda invece le disabilità legate alla vista qual è la situazione? Ritiene che ci siano disabilità più complesse delle altre?
  • Ho un carissimo amico non vedente che gira l’Europa, mi dice che va a ‘’vedere’’ le partite di calcio o a lanciarsi col parapendio. Non credo che ci siano disabilità più o meno impattanti, i disabili sono dotati di una straordinaria capacità di superare quelli che per noi, nei loro panni, sembrerebbero ostacoli insormontabili. Questa straordinaria capacità non deve farci dimenticare che comunque non debbano essere aiutati e dotati delle attrezzature che ne facilitino le attività quotidiane.

Not only shareholders

di Marianna Fatti

 

“Finanza d’impatto per nuovi bisogni sociali” (“Impact investing for new social needs”) was the title of the conference organised by Giangiacomo Feltrinelli Foundation on 27th February. The conference is the third one of the series “Un’Economia che verrà” (“The Economy that will be”).

The definition of social impact investing given by the Global Impact Investing Network (GIIN) is “Investments made into companies, organizations, and funds with the intention to generate social and environmental impact alongside a financial return”. Sounds revolutionary, isn’t it?

The conference organised by Giangiacomo Feltrinelli Foundation in collaboration Banca Prossima precisely aimed to explore these breakthroughs in the financial sector and the contribution they can give to social welfare through the work of social enterprises.

Guest speakers were Carlo Cottarelli, director of the Observatory of Italian Public Accounts, Carlo Secchi professor of European Political Economics at Bocconi University, Flaviano Zandonai, researcher at European Research Institute on Cooperative and Social Enterprises, Luca Fantacci, professor of History, Insittutions and Crisis on Financial System, and Giulia Sergi, fellowship manager at Ashoka Italia.

Prof. Cottarelli introduced the topic quoting again the GIIN with respect to the growth rate of the sector – Assets under management of impact investors have grown by 18% from 2013 to 2015 –and mentioning several trends that make impact investing momentous.

First, demographic trends such as aging and immigration, the continuous innovation in science and medicine, which improve life expectancy and conditions but also require higher budgeted expenditures, and climate changes.

These and many other issues increase the demand for welfare services, but public sector is less and less able to meet these needs. Accenture estimates for Italy a gap between public expenditure and demand for services of  $10 billions in 2015. Considering the increasing public debt of developed countries and competition among them for fiscal policies to lure multinationals, these budget is not likely not be covered by fiscal revenues.

Social finance can fill this gap with its “spillover effects”, said prof Cottarelli, but nevertheless public incentives are needed to go beyond the quest for the short term returns.

Prof. Secchi then remarked the difference between the traditional philanthropy and the modern approach to corporate social responsibility, which entails the concept of stakeholder engagement and see benefits for the company itself not (only) in terms of marketing. Indeed, this is the breakthrough of impact investing – part of the revenues of a financial institution are specifically earmarked for projects whose (social) impact is so valuable to generate returns to shareholders as well.

Transparency and accountability toward stakeholders was the aim behind the recent law about mandatory non-financial reporting of major multinationals. It is now time to measure the performances of these companies also with respect to dimensions such as ethical requirements for suppliers, gender equality, labour conditions.

Prof. Secchi concluded his contribution with two fundamental issues. First, how to spread this new approach to finance and radicalize it? And second, how to concretely measure the outcomes of such an investment?

Flaviano Zandonai tried to reply to the first remark, saying that it is necessary to embed social and cultural initiatives directly in the value chain, in a stable and continuative way. New models of enterprises and governance are needed, together with financial and legal support.

Examples of these new forms of economic agents are social enterprises and start ups. They overcome that trade-off between profit and positive social impact, and the distinction between profit and not for profit organisations since social enterprises can now share a small part of their profits with investors.

The financial sector is being reshaped by this new forms of enterprises, creating new dedicated intermediaries – such as Banca Etica or Banca Prossima – and instruments tailored to reward the social impact of a project.

Nevertheless Zandonai claims that there is still a mismatch between demand and offer of these innovative instruments due, paradoxically, to a low demand. Social enterprises indeed are in most cases small and after the first phases usually invest in day-to-day operations. Financial intermediaries should also support them in capacity building for envisioning, planning and programming, making them more autonomous when approaching financial sector.

There is the need, concludes Zandonai, to create more capital intensive models of social enterprises, appealing traditional investors as well and able to take advantage of new financial instruments.

If the financial system is supposed to remunerate it, said then Giulia Sergi, we first have to give a definition of social impact. Ashoka’s fellows generate a social impact when they recognise a social problem, analyse it to find its origin and create a solution to solve it at a systemic level.

Ashoka’s approach thus goes beyond traditional forms of measurement of social impact such as SROI – social return on investment – or the mere number of beneficiaries. It takes into account how social entrepreneurs reshape the research, the public policies, the local culture and business strategies.

In this way Ashoka distinguishes mere donations from investments, and is able to involve in the network multinationals and institutional investors.

Prof. Fantacci then suggests that the gap between demand and offer of credit is due to a lack of instruments rather than a lack of resources. Financial intermediaries can support social enterprises by simply being… intermediaries, between investors and new forms of companies, and better allocate existing resources.

There are two intrinsic risks when thinking when looking for additional resources for social projects rather than involving intermediaries. First, public sector may rely just on investors’ volunteerism, and secondly these investors may exploit social projects for marketing purposes – and this is, said provocatively Fantacci, what happened with subprime mortgages during 2008-2009 financial crisis.

In conclusion, all the guest speakers agreed about the need to develop new and more standardized tools to measure social impact, together with incentives from public institutions, in order to enhance the changes already in place in the financial sector.