Dio salvi gli archivi. Dai terremoti e dalle riforme

di Marianna Fatti.

Intervista a Mario Squadroni, soprintendente archivistico e bibliografico dell’Umbria e delle Marche.

PERUGIA, 17 agosto 2017 – La prima cosa che si fa, dopo una catastrofe naturale, diciamo un terremoto, è cercare di recuperare il presente. Le persone, le case, le strade, beni di prima necessità, la vita come era un secondo prima di quel tragico spartiacque. Ma appena cessa l’immediata urgenza del presente, ogni comunità sente l’istinto di dover salvare anche il suo passato. Solo facendo in modo che la memoria non venga distrutta si può veramente dire che anche il presente c’è ancora. E i luoghi deputati a custodire la memoria di ogni comunità sono i loro archivi.

Mario Squadroni, classe 1952, conosce gli archivi dell’Umbria e delle Marche come le sue tasche: ha lavorato presso la Soprintendenza archivistica per l’Umbria dal 1978, è stato docente di Archivistica dal 1993 al 2005, dal 1988 è Soprintendente archivistico per l’Umbria, e dal 2015 soprintendente archivistico e bibliografico per Umbria e Marche.

Dottor Squadroni, gli archivi sono beni culturali ai sensi dell’art. 10 commi 2 e 3 del Codice dei Beni Culturali (d.lgs. 42/2004). Nella sua visione, che genere di bene culturale è un archivio?

Molti pensano che siano beni culturali solo i dipinti, i manufatti, i musei e i siti archeologici. L’archivio è un bene culturale molto importante perché rappresenta la memoria dell’ente o delle persone che lo hanno prodotto. Ha una caratteristica che lo contraddistingue da tanti altri beni culturali: nasce spontaneamente, giorno per giorno, per fini pratici. Questi documenti, che nascono con un valore amministrativo, con il passare del tempo ne acquistano un altro molto più importante: diventano fonti per la ricerca storica.

In un’epoca in cui i motori di ricerca mettono a disposizione migliaia di informazioni in pochi decimi di secondo, che fruizione si fa degli archivi? Chi sono gli utenti?

In genere l’archivio è suddivisibile in tre fasi di vita: corrente, di deposito e  storico. Quest’ultimo è la parte messa a disposizione per la consultazione da parte degli studiosi per fini storici. Sono per lo più professori universitari, tesisti o storici locali. Perché è auspicabile consultare gli archivi? Perché negli archivi in genere troviamo notizie inedite. Mentre tutto ciò che è nel web è in un certo senso già noto, la novità è assoluta per chi fa una ricerca archivistica. Fare una ricerca d’archivio vuol dire scrivere cose che gli altri non hanno scritto. Per esempio, consultando Archivi di stato, ma anche pubblici, privati e ecclesiastici, i tesisti possono evitare tesi puramente compilative e scrivere cose nuove ed inedite.

Qual è l’attività della Soprintendenza Archivistica e Bibliografica?

La Soprintendenza archivistica ha come scopo istituzionale la tutela di tutti gli archivi tranne quelli prodotti dallo Stato. Quindi gli archivi soggetti a tutela sono quelli degli enti pubblici (comuni, regioni, province), ecclesiastici (diocesi, parrocchie, monasteri ecc.) privati (famiglie, persone, banche, imprese, opere pie, ecc). Per gli archivi privati la Soprintendenza esercita quest’azione di tutela attraverso un atto amministrativo: una “Dichiarazione di notevole interesse storico”. Quando una archivio è vincolato da questo atto, è sottoposto ad una serie di obblighi e divieti. Il primo obbligo è quello della conservazione del bene. L’archivio inoltre deve essere riordinato e reso disponibile per la consultazione. Si consideri che la Soprintendenza tutela documenti risalenti all’anno mille, ciò significa che già da allora, ma in realtà dall’epoca romana, esisteva un sistema di archivi pubblici e di leggi che ne regolavano la conservazione e la consultazione. Un’operazione fondamentale per esercitare la tutela è anche quella dell’ispezione degli archivi da parte dei funzionari della Soprintendenza.

Nel 2016, a seguito della riforma del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo del ministro Dario Franceschini, è stato attribuito alla Soprintendenza archivistica un altro settore di competenza: la Soprintendenza bibliografica. Prima le biblioteche erano soggette alla tutela da parte delle Regioni, ed è stato un provvedimento “a sorpresa”.

La riforma, il d.p.c.m. 171/2014, ha inoltre accorpato la Soprintendenza di Umbria e Marche. Che impatto ha avuto questa riorganizzazione sull’attività della Soprintendenza?

Posso dire che questa riforma ha nel complesso danneggiato i beni archivistici. L’accorpamento delle Soprintendenze di Umbria e Marche, per esempio, ha creato non pochi problemi perché ora il soprintendente si ritrova a dover gestire due regioni. Inoltre, come ho spiegato, ha attribuito alla Soprintendenza anche la tutela delle biblioteche, settore per il quale non avevamo le adeguate competenze e nel quale dobbiamo ancora crescere molto. Attualmente solo una funzionaria se ne occupa. La riforma ha favorito esclusivamente i musei. Se ne sente parlare con grande enfasi. Ma dato che la riforma era a “costo zero”, per creare nuovi posti dirigenziali per questi istituti, con i famosi concorsi internazionali, si è dovuto tagliare in altri settori del patrimonio culturale, come ad esempio negli archivi e nelle biblioteche. Il risultato è che i dirigenti per gli archivi sono sempre di meno, mentre le competenze e le responsabilità sono sempre di più. Oltre all’Umbria e alle Marche, sono state accorpate anche altre regioni. Fortunatamente, il personale è molto motivato e competente, e porta avanti la sempre maggiore mole di lavoro con ulteriori sacrifici. Ma si consideri inoltre che ora, oltre all’attività ordinaria, si è aggiunta quella straordinaria di recupero del patrimonio documentario (archivi e biblioteche) nelle zone terremotate.

Quindi come giudica nel complesso la riforma del Ministro Franceschini?

Non dico che la riforma sia stata completamente sbagliata. Quello che è stato fatto per musei, siti archeologici e poli museali è importante per attrarre turismo, ma di pari passo si dovevano emanare direttive per valorizzare archivi e biblioteche. Quindi secondo me è più che altro una riforma incompleta. Gli archivi e le biblioteche del resto sono frequentati molto meno dei musei e dei siti archeologici, ecco la differenza. Per frequentare un museo non è necessaria una grande preparazione culturale, mentre gli archivi non sono luoghi da visitare ma da studiare. Non generano entrate, ed è pertanto evidente che questa riforma, che tende anche a “monetizzare” il nostro patrimonio artistico-culturale, non solo ha ignorato, ma addirittura danneggiato il preesistente sistema archivistico e bibliografico.

Fino a pochi anni fa in Umbria esistevano 3 dirigenti (direttore Archivio di stato di Perugia, direttore dell’Archivio di stato di Terni e il soprintendente), attualmente ne esiste solo uno. Anzi, in realtà nessuno, perché l’attuale sede della Soprintendenza, l’unica dirigenziale, è ad Ancona. L’organizzazione periferica del Ministero prevede le Soprintendenze, che svolgono attività di tutela, e gli Archivi di Stato che svolgono attività di conservazione. Anche gli Archivio di Stato erano sedi dirigenziali. Nel periodo migliore fra Umbria e Marche c’erano sette dirigenti.  Attualmente, anche a seguito dell’ultima riforma, ci sono solo io.

Tutti i miei funzionari, peraltro, sono avanti con l’età, i più giovani hanno quasi sessant’anni. È stato indetto un concorso per assumere cinquecento nuovi funzionari, ma è una goccia nel mare perché il ministero è gravemente a corto di personale. Questo problema è particolarmente acuito nelle Marche: io andrò in pensione il primo ottobre, così come la mia vice, e a quel punto nella regione non ci sarà più nessun archivista.

Il problema è che si punta esclusivamente al turismo e alla monetizzazione di solo una parte del patrimonio, e biblioteche e archivi sono sempre le cenerentole dei beni culturali.

Quali sarebbero dunque misure urgenti per migliorare la situazione di archivi e biblioteche?

Prima di tutto bisognerebbe evitare accorpamenti di istituti distanti fra loro, e ripristinare le figure dirigenziali almeno in tutti gli Archivi di Stato nei capoluogo di regione. Inoltre, è fondamentale l’assunzione di giovani. La situazione è drammatica, è necessario un ricambio generazionale. La scarsità di personale inficia l’attività di tutela, perché non si possono effettuare ispezioni. Il terzo intervento dovrebbe riguardare l’incremento dei finanziamenti per tutela e vigilanza. Abbiamo scarsissimi finanziamenti per le attività più importanti, cioè le missioni e gli interventi diretti sugli archivi. Fondamentali sono anche le operazioni di restauro, e ogni anno la cifra destinata a quest’attività diminuisce. È paradossale che i contributi vengano incrementati solo in occasione di eventi calamitosi. Abbiamo maggiori risorse per l’attività straordinaria che ordinaria.

A proposito di eventi calamitosi, i terremoti dell’agosto e ottobre scorso hanno arrecato particolari danni a piccoli comuni e frazioni, come Arquata del Tronto (AP) o Norcia (PG). Qual è l’importanza particolare degli archivi per questi centri?

Come ho già detto, gli archivi rappresentano la memoria storica dell’ente che ha prodotto le carte. Nei territori colpiti dal sisma, tra gli enti più importanti segnalo i Comuni fondati spesso nel Medioevo, e pertanto uei loro archivi sono estremamente ricchi e importanti. A Norcia per esempio si conservano carte dell’anno mille. Se l’archivio andasse perduto, pagine e pagine di storia verrebbero cancellate, le persone perderebbero le loro radici e non avrebbero alcuna possibilità di ricostruire il loro passato. La preoccupazione di queste piccole comunità è quello di essere spoliati non solo dei beni culturali storico-artistici, ma anche archivistici e bibliotecari.

In realtà, in molti casi sono proprio questi eventi calamitosi che permettono ai detentori di questo ricco patrimonio di rendersi conto a pieno dell’importanza di quello che possiedono, quando i funzionari della Soprintendenza rischiano addirittura la vita per salvarlo. Ad Arquata del Tronto, dopo la scossa del 24 agosto 2016, l’archivista della città, ha recuperato con una catena umana di volontari i registri dei nati, dei matrimoni e dei deceduti, per assicurarsi che il passato non venisse distrutto. Ma ahimè la scossa del 30 ottobre è stata quella che ha determinato più danni. Tuttavia, anche se quelli degli archivi sono fra i “salvataggi” meno pubblicizzati, sono stati recuperati in luoghi adatti quasi tutti, con dispersioni minime. Ci si propone di restituire tutti gli archivi messi in sicurezza non appena le condizioni lo consentiranno, anche perché la popolazione, con comitati spontanei, richiede continuamente indietro i beni archivistici e bibliografici.

Nel frattempo, in Umbria abbiamo creato un centro di raccolta presso l’Archivio di Stato di Spoleto, che si è fatto carico di ospitare una grosso quantitativo di documentazione archivistica che adesso deve essere riordinato e riposizionato dai funzionari. Ma i tempi saranno indubbiamente lunghi, e gestire questo patrimonio comporta un notevole onere aggiuntivo per Spoleto. I documenti lì raccolti sono perlopiù provenienti da Norcia e Preci. Si parla di chilometri e chilometri di scaffalature. Lo stesso abbiamo fatto per le Marche. Il centro di raccolta principale è stato individuato presso l’Archivio di Stato di Ancona.

Come possono questi beni culturali promuovere questi centri e contrastarne l’abbandono?

Innanzitutto ogni ente dovrebbe dotarsi di un archivista professionista, o far gestire il proprio patrimonio da cooperative specializzate nel settore. Questi operatori tuttavia dovrebbero essere intesi anche come animatori culturali. Devono cioè riuscire a valorizzare il patrimonio archivistico con attività come conferenze, presentazioni di libri, e soprattutto mostre. Quelle che abbiamo organizzato noi come Soprintendenza hanno riscosso un grande successo. Se questo serva direttamente ad evitare lo spopolamento dei centri minori non lo so, ma è certo che la consapevolezza di avere un tale patrimonio rafforza il senso di comunità. L’obiettivo primario dovrebbe essere quello di renderlo fruibile ed interessante per tutti.

Io desidero smentire il fatto che negli archivi ci siano solo polvere e cartacce, o luoghi “di reclusione” per dipendenti poco produttivi. Negli archivi ci sono manoscritti bellissimi: codici miniati, pergamene, mappe, catasti acquarellati, diari. Alcuni pezzi archivistici sono importanti anche dal punto di vista storico artistico, non solo documentale. Negli archivi, insomma, ci sono veri e propri tesori.

Il dottor Alessandro Bianchi, presente all’intervista, è responsabile per le attività di tutela e vigilanza degli archivi della Valnerina e delle province di Macerata e Ascoli Piceno, nonché per la digitalizzazione dei documenti. È lui a mostrarmi alcuni di questi tesori. Oltre a preziosi catasti provenienti dall’archivio storico di Norcia risalenti al XVII secolo, attualmente in studio per una mostra, ci sono numerosi documenti relativi ad un altro terremoto occorso a Norcia nel 1979. Lettere dei cittadini, fotografie, censimenti degli sfollati, ma soprattutto piani di gestione dell’emergenza e piani di recupero. <<Oggi ci troviamo nella stessa situazione di allora >> spiega il dott. Bianchi. << È come con un malato, chi lo cura ha bisogno della sua cartella clinica completa. Ma nonostante gli eventi sismici si ripresentino spesso in quella zona, nessuno si è presentato per consultare questi piani, né quelli relativi al terremoto del 1979 né del 1997. Si ricominciano i progetti sempre da capo, spendendo ulteriori risorse di tempo e denaro pubblico. Ho personalmente suggerito alle amministrazioni della città di riconsultare i piani di recupero relativi addirittura al terremoto del 1859. Noi archivisti possiamo aiutare le comunità in situazioni di emergenza come queste anche perché custodiamo la memoria di situazioni simili, e di quanto è stato fatto per reagire.>>

 

Marianna Fatti, iscritta al secondo anno del Master of Science in Government and International Organisations presso l’Università Bocconi, è membro di nextPA da settembre 2016.

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Italia, qual è la tua visione di Paese?

Italia, qual è la tua visione di Paese?

di Federica Bandera.

Macron e Le Pen, Merkel e Schulz. Importanti Paesi europei, importanti appuntamenti elettorali. Ma non è solo questo ad accomunare Francia e Germania, anzi.

Se guardiamo ai nostri vicini di casa europei, quello che appare estremamente chiaro a tutti, persino a noi italiani che siamo sempre moderatamente allergici ad alzare lo sguardo e ad allargare la nostra visuale oltre i confini nazionali, è che la battaglia politica che si consumerà nei prossimi mesi elettorali sarà caratterizzata da visioni politiche forti sul proprio Paese e sull’Europa. Evidentemente più allineate in Germania, fortemente contrapposte invece in Francia.

Tornando al contesto italiano, si è svolta ieri la direzione del Partito Democratico. E nonostante, anche questa volta, il partito guidato da Renzi abbia tentato di porsi aldilà della banale discussione sul timing elettorale, proprio la data delle elezioni è stato l’argomento principale che ha guidato la discussione interna dell’assemblea.

Lo scontro fra maggioranza e minoranza è, nuovamente ed incessantemente, sul termine della legislatura. Bersani, ormai con un seguito sempre più ampio, chiede con vigore che Governo e Parlamento portino a compimento il proprio mandato nel 2018. La maggioranza sembra tentennare, in bilico fra la volontà di andare al voto ed il conseguente ricatto di una possibile scissione interna.

È però evidente che, come sottolineato anche ieri da alcuni esponenti del PD, quello che latita davvero nella discussione politica a tutti i livelli, la protagonista nascosta ormai da tempo nel ripostiglio degli argomenti troppo caldi per essere affrontati, è la visione.

Qual è la visione di Paese e di Europa del partito democratico? Qual è la visione di Paese e di Europa delle opposizioni?

Queste ultime, che tacciano di irresponsabilità il partito al Governo, artefice del rinvio dell’appuntamento alle urne, sarebbero pronte a proporre un programma politico chiaro, completo e realizzabile?

Interrogativi che si pongono per una ragione precisa: dopo che sono trascorsi ormai più di due mesi dal referendum, l’Italia naviga in un limbo di incertezza. Un’incertezza incentrata sui tempi elettorali, non sulla ricerca di soluzioni a problemi, che causa a sua volta non decisioni, che, nuovamente a loro volta, causano incertezza.

Come uscire da questo circolo vizioso è la vera domanda. E la risposta si articola su più punti.

Primo fra tutti, che qualunque essa sia, è necessario compiere una scelta: la classe politica dirigente deve, con senso di responsabilità verso i cittadini tutti, porre un termine alla propria esitazione. È tempo di decidere immediatamente quale senso attribuire al Governo Gentiloni: un Governo di passaggio, in attesa del voto a primavera 2017, o un Governo con poteri ordinari, che abbia la forza per lavorare al pieno delle proprie capacità e possibilità, senza dover sottostare al continuo ricatto sulle tempistiche elettorali e senza dover ricorrere esclusivamente a provvedimento emergenziali.

Di conseguenza, poi, eliminare o ridurre l’indecisione sul timing permetterebbe forse di aprire finalmente le menti e le ambizioni politiche a ciò che è più rilevante. Con un Paese che si chiede quotidianamente quale direzione prendere all’interno di uno scenario politico, economico e sociale sempre più complesso, chi si candida a governarci ha l’onere di porsi come guida.

E chi ha l’ambizione di porsi come guida dell’Italia deve essere in grado di proporre un’idea di Paese. Non solo qualche semplicistico statement, non un frustrante e monotono confronto su quando votare, ma una discussione sul ruolo che vogliamo avere in Europa e nel mondo.

Che a causare tutto ciò sia lo scontro elettorale o il pressing esterno o, ancora, l’imminente Congresso del PD, poco importa: ciò che importa è che si ponga fine all’incertezza e si discuta di contenuto, non solo di processi politici.

 

Federica Bandera, laureata in Economia e Management delle Amministrazioni Pubbliche e Internazionali presso l’Università Bocconi, è una delle fondatrici di nextPA, di cui è stata la prima Presidente dal 2013 al 2015.

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profit prejudice art culture

Profit and prejudice: alliances between art and economy exist

by Marianna Fatti.

Why an alliance between Art and Economy can exist – yes, beyond profit.

Many people get disturbed when combining the world of Art and Culture with Business and Economics. It seems that either no relationship among the two variables exists, or that the two worlds are considered as antagonists. In reality, unexpected bonds exist between these apparently rival worlds. Indeed, they can help each other.

An undervalued resource

How can Economy help Art? In particular, how can businesses help cultural heritage? Cultural heritage is a public good, and by definition, private companies are not interested in investing in them because there is no profit to get from them – at least directly. So beside souvenirs’ selling or correlated services, there is theoretically no reason why businesses should invest in cultural heritage, at least according to the neo-classical theory of maximization of profit.

Moreover, let us consider the Italian case. Despite the fact that there are 1.7 museums or similar items every 100 km2 (ISTAT, 2015), representing a fundamental “strategic resource”, the Report on Equal and Sustainable Welfare of ISTAT for the 2016 highlights that public institutions do not consider the patrimony as worthy of investment. The public expense in safeguard and promotion of cultural heritage in 2015 only counts for the 0.07% of the GDP, and from 2014 it has been reduced by 6.6%. So how can Italy’s enormous artistic patrimony survive, if also investments from the public institutions are decreasing?

Economy helping Art

Here businesses enter to the stage. Their contribution to the preservation of cultural heritage is increasing thanks to a series of measures, which the Government is developing in order to promote and simplify this type of investment.

The most advertised and direct instrument to incentive private investments is the so called Art Bonus (http://artbonus.gov.it/): all those subjects who make a donation to preserve and restore specific monuments and museums indicated by the Ministry , but also support foundations, theatres and similar institutions, will benefit of a tax credit of the 65% of the donation. Patrons can be individual citizens but also companies.

The students of the Master in Economics and Management of Art and Cultural Heritage of the 24 Ore Business School have recently presented the results of the first study on Art Bonus, and these are definitely positive. Donors by 22th December 2016 were 3,836, with a 21,5% increase from 30th September 2016, which was the reference day for the end of the study.  The total amount collected by 17th December was 133 mln euros (Pirelli, 2016), and the greatest portion of this amount comes from companies and bank foundations, namely the 80% – 97,6 mln euros.

True love

One could argue about the selflessness of the donations, considering the relevant tax credit. Nevertheless, fiscal benefits seem to represent just a trigger. ISTAT’s report shows that the indicator “Dissatisfaction for the condition of the landscape” is increasing, and according to a research of 2009 by Centro Studi Gianfranco Imperatori, only the 15% of donors claim that it donate only because of a tax credit (Bagli, 2014).

Art Bonus takes advantage of the strategic trend of Corporate Social Responsibility, which comes as a blessing on national and local cultural institutions, which have seen their budget so drastically cut during the recent years. The amount of credit for companies is claimed to be even insufficient, considering that it only amounts to the 0.5% of the annual income. Companies seem to donate mostly because of two main characteristic of the instrument: its transparency and the strong relation with the local environment and community.

Art supporting Economy

Here we come to the second perspective, Art – in fact, cultural heritage – helping Economy. Common  goods like this are non-rivalrous, that is consumption of an individual does not prevent another one from consuming it and, in many case, they are non-excludable, and this is evident with monuments (Benhamou, 2013).

Nonetheless in her book of 2013 The Economy of Culture Françoise Benhamou, highlights another important, peculiar aspect: the marginal utility of the “consumption of culture” actually increases with the consumption. Becker and Stiegler call these “addictive goods”.

Van der Borg and Russo even propose, in a study of 2009, a model of “Culture-oriented economic development”, based on the network of all those economic, non-economic and institutional actors that stem from a cultural attraction, like cultural heritage. This cluster represents not only a source of employment itself, but it shall also be able to generate “value relationships” among actors and attract the related so-called creative industries, generating synergies among different resources and thus boosting the overall economic system

The difference between a PC and a Michelangelo’s statue

So why does almost everyone perceives such a strong dichotomy – if not contrast – between Art and Economy? The president of Italian UNESCO Youth Committee once made this example. The difference between hitting with a hammer a PC and the statue Pietà by Michelangelo Buonarroti – it actually occurred in 1972, when Lazlo Toth damaged with a hammer the face of the Virgin Mary – is that in the latter case it would be practically impossible to quantify the damage.

Indeed, a realistic estimate of their value would be almost impossible, because – true – works of art are unique masterpieces. For this reason and for most of them are public, anyone should be able to enjoy this unique materialisation of human soul. Any attempt to calculate their value would implicitly transform art in a marketable product.

However, while there cannot be any objective quantification of the value of cultural heritage, the benefits it determines for the economic system can definitely be estimated, thus encouraging further public and private investments, feeding not only the cultural system, but the economic one as a whole living happily ever after.

 

Marianna Fatti, enrolled in the first year of the Master of Science in Government and International Organisations at Bocconi University, is a nextPA member since September, 2016.

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parlamento instabilità politica

Le proposte di legge abbandonate: un prezzo da pagare per l’instabilità politica

di Federica Bandera.

Quasi tutto tace a Roma in questi giorni di pausa natalizia. Il Parlamento tornerà a riunirsi nella seconda settimana di gennaio: il 9 la Camera ed il 10 il Senato.

Ma la politica, si sa, non dorme mai. E anche quando tutto sembra tranquillo, dietro la calma facciata si nascondono frenetiche attività di incontri, riunioni e preparazione dei prossimi critici mesi per i partiti italiani e non solo.

Se, quindi, i lavori prettamente istituzionali sono fermi, lo stesso non si può dire della spasmodica attività dei politici, che fra dichiarazioni sui social e dichiarazioni alla stampa rimarcano la propria posizione sulle questioni più rilevanti: modifiche alla legge elettorale e prossime elezioni.

I partiti maggioritari, PD e M5S, con differenti opzioni, chiedono con estremo vigore che si arrivi velocemente al voto. Lo stesso Orfini, presidente del Partito Democratico, ha affermato ieri in un’intervista al Corriere della Sera che “Gentiloni ha detto che il suo è un governo di servizio al Paese, ma una volta completato il percorso è giusto restituire la parola ai cittadini”, auspicando che si riesca a modificare la legge elettorale con un ampio appoggio politico, cercando di uniformare i due diversi sistemi vigenti per le Camere, ed andando alle urne entro giugno 2017. Di parere contrario il Presidente Mattarella, che, neanche troppo velatamente, cerca di riportare tutti sul binario del termine naturale della legislatura.

Ciò che è chiaro agli occhi di tutti è che, in qualsiasi caso si proceda, l’instabilità che caratterizza il nostro sistema politico ormai dall’inizio della campagna elettorale per il referendum del 4 dicembre – per parlare solo dei mesi più recenti ovviamente – ha avuto, e continua ad avere, numerose conseguenze.

Come avevo già scritto sul disegno di legge sulla concorrenza (qui), in mancanza di volontà politica ed in presenza di un sistema di bicameralismo perfetto, è molto semplice che le proposte ed i disegni di legge si perdano nei meandri dei lavori delle Commissioni e del passaggio fra le Camere. Questo è ancor più vero quando uno Stato si trova, come nel nostro caso, in un costante vortice di incertezza e cambiamento e, soprattutto, quando è proprio il partito di maggioranza, che ha promosso numerosi di questi disegni di legge durante la sua azione di Governo, a pretendere che si vada al voto il prima possibile.

L’associazione Openpolis ha pubblicato un’analisi delle proposte di legge che rimarranno sospese qualora la legislatura finisse prima, cosa che potrebbe facilmente accadere anche se la legislatura completasse il suo corso. L’attuale Governo Gentiloni, infatti, non avrebbe una forza politica e rappresentativa della volontà degli elettori tale da poter portare avanti alcune delle più insidiose battaglie intraprese dal Governo Renzi.

Secondo Openpolis i disegni sospesi sono ben 74, di cui 22 fermi alla Camera e 52 al Senato. Fra questi ve ne sono numerosi riguardanti i diritti civili e alcune misure di welfare: il ddl sul reddito di inclusione, l’introduzione dello ius soli, l’introduzione del delitto di tortura, la nuova normativa sul divorzio breve, il provvedimento sull’attribuzione del cognome ai figli. Inoltre sono bloccati da mesi anche il ddl sull’omofobia, sepolto nelle commissioni dagli emendamenti della Lega Nord, ed il ddl sul reato di tortura, sospeso a luglio poco prima del voto finale al Senato.

Da cittadini, forse, dovremmo chiederci se è sempre giusto che, in nome della continua ricerca di una (fuggevole) stabilità politica, si abbandonino, ogni volta, progetti, proposte e disegni di legge e di politiche pubbliche positivi per la società. A maggior ragione se essi riguardano i nostri diritti civili, che dovrebbero rappresentare obiettivi condivisi da tutte le forze politiche.

La risposta più immediata che potremmo darci è: “That’s politics baby”; ma siamo pronti, da cittadini, a farcela bastare?

 

Federica Bandera, laureata in Economia e Management delle Amministrazioni Pubbliche e Internazionali presso l’Università Bocconi, è una delle fondatrici di nextPA, di cui è stata la prima Presidente dal 2013 al 2015.

Pubblicato anche su Gli Stati Generali.