La dichiarazione di Roma: l’Unione in stallo vira su sicurezza e difesa comune

di Davide Zilli

“L’unità europea è iniziata come il sogno di pochi ed è diventata la speranza di molti.”

Intenso il richiamo ai padri fondatori della Dichiarazione di Roma, firmata il 25 marzo scorso, dai ventisette leader degli Stati Membri e dalle più alte cariche dell’Unione. I leader europei esordiscono però con un’altra frase: “Noi […] siamo orgogliosi dei risultati raggiunti dall’Unione Europea”. Un incipit che suona abbastanza forzato, e un po’ falso, viste le perpetue angherie tra nord-sud, est-ovest, e via dicendo. A leggere la tanto attesa Dichiarazione di Roma, si rimane non poco delusi.

Gli impegni non aumentano, sembra piuttosto che si punti al minimo. Dopo Brexit, forse ci si aspettava uno scatto repentino, un’agenda chiara, rivolta a rilanciare il progetto – e l’orgoglio – europeo, a dispetto dell’inattesa uscita britannica. Al contrario, la Dichiarazione fotografa molto bene il presente stato dell’Unione: che il progetto europeo fosse in stallo, ce ne si era già accorti da tempo, e, senza sorpresa, sia nel contenuto che nella forma, la Dichiarazione lascia trasparire una coesione solo formale, a dispetto di evidenti distanze sostanziali. Quel che emerge è lo sforzo dei ventisette leader e delle istituzioni, di affrontare il presente, cercando di apparire coesi, quantomeno su alcuni punti.

Il primo di questi è costituito dall’elenco delle ‘sfide senza precedenti’– così chiamate nella Dichiarazione – elencate già al terzo paragrafo: conflitti regionali, terrorismo, pressioni migratorie crescenti, protezionismo, e disuguaglianze sociali ed economiche. È evidente – e comprensibile – il tentativo di venire incontro alle pressioni dell’opinione pubblica, sicurezza in primis. Di conseguenza, non casuale è l’ordine dei quattro impegni presi con la Dichiarazione:

  1. Un’Europa sicura: un’Unione in cui tutti i cittadini si sentano sicuri e possano spostarsi liberamente

Da politici navigati, i ventisette leader sanno bene cosa i cittadini vogliono sentirsi dire: la difesa della frontiera comune europea, la libertà di movimento nell’area Schengen, “una politica migratoria efficace, responsabile e sostenibile”, e la lotta al terrorismo. Questo elenco purtroppo favorisce lo spiacevole accostamento tra immigrazione e terrorismo, che nell’immaginario collettivo vengono percepiti come facce della stessa medaglia. Vista la priorità data a questo tema, e alle parole usate, il dubbio sorge spontaneo: è questo un argine ai populismi, o piuttosto un goffo tentativo di inseguirne la retorica?

  1. Un’Europa prospera e sostenibile

L’enfasi su crescita e occupazione non conosce novità sostanziali: i tormentoni anni ’90 del mercato unico e della competitività, la stabilità dell’euro e le riforme strutturali. Oltre al completamento dell’Unione Economica e Monetaria, e alla convergenza delle economie nazionali, ambiguo suona il riferimento all’ “energia sicura e conveniente”: sicurezza ambientale o importanza della garanzia di un approvvigionamento energetico stabile?

  1. Un’Europa sociale

Un punto fortemente voluto dai paesi mediterranei, nei quali la disoccupazione e le diseguaglianze sociali non sembrano ancora destinate a calare nel breve termine. Forse è proprio questo l’aspetto sul quale si studieranno le prossime mosse a Bruxelles, in attesa delle elezioni in Francia e Germania. Di fatti, cresce sempre di più l’ipotesi di un reddito d’inclusione europeo, anche grazie ai recenti mea culpa delle istituzioni internazionali – come FMI, Banca Mondiale e WTO, i quali di recente hanno ammesso che la globalizzazione ed il commercio internazionale “hanno avuto effetti negativi su alcune tipologie di lavoratori e su alcune comunità[1] (La Repubblica, 10 Aprile 2017).

  1. Un’Europa più forte sulla scena mondiale

Importante il riferimento “alla creazione di un’industria della difesa più competitiva ed integrata; un’Unione impegnata a rafforzare la propria sicurezza e difesa comuni, anche in cooperazione e complementarietà con la NATO”. Sicurezza quindi punto focale del futuro dell’Unione, senza però stravolgere lo status quo, con un’esasperata chiosa: “[un’Unione] che sia orgogliosa dei propri valori e protettiva nei confronti dei propri cittadini”. Più convenzionali invece i richiami al libero commercio, alla politica climatica globale positiva, allo sviluppo di partenariati.

L’ottica funzionalista chiude la Dichiarazione con un due brevi incisi: “Ci siamo uniti per un buon fine. L’Europa è il nostro futuro comune.” Ad essere maliziosi, si potrebbe far notare l’accostamento involontario “fine Europa”, e l’uso: L’Europa, invece che l’Unione Europea. Scherzi a parte, è evidente lo sforzo di voler rassicurare i cittadini europei, ancora scossi dagli attacchi terroristici degli ultimi anni. Per ribadire il concetto, nel penultimo paragrafo, i ventisette mettono per iscritto che si impegnano “a dare ascolto e risposte alle preoccupazioni espresse dai nostri cittadini”.

Emblematica invece appare la frase “La nostra unione è indivisa e indivisibile”Che sia un monito a chi voglia intraprendere la stessa strada del Regno Unito? O forse la pietra tombale sulla cosiddetta ‘Europa a due velocità’, posta dal gruppo di Visegrad? Lascia molto spazio ad interpretazioni anche la frase: Vogliamo che l’Unione sia grande sulle grandi questioni e piccola sulle piccole”, una rivendicazione di sovranità che i Capi di Stato e di Governo avanzano, e che si spiega molto bene con un’ottica elettorale.

Nonostante le rassicurazioni del presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, circa il ruolo di garanzia che il Parlamento Europeo debba svolgere affinché gli impegni presi possano effettivamente essere implementati, sembra tuttavia improbabile che quest’agenda possa concretizzarsi con tempi certi, contemporaneamente ai negoziati su Brexit e a questo clima di instabilità geopolitica, che – di fatto – finiranno col monopolizzare l’attenzione e l’attività istituzionale dei prossimi mesi.

Come è facile notare dalla retorica usata nella Dichiarazione, la macchina europea ha smesso di premere sull’acceleratore da tempo. Se non si rilancia il processo d’integrazione, l’Unione rischia seriamente di eclissarsi. La Commissione Europea intanto ha già messo le mani avanti. I cinque scenari del Libro Bianco presentato da Juncker, rimandano la questione al mittente: il destino dell’Unione non dipende dai commissari, tantomeno dai burocrati; sia piuttosto la politica ad assumersi la responsabilità sulla visione strategica, onere e onore del Consiglio Europeo, ovvero dei ventisette.

C’è chi raccomanda di scalare la marcia, per poter affrontare la salita in sicurezza; c’è chi rilancia, chiedendo al conducente di premere con decisione sull’acceleratore, e ingranare la marcia superiore. Non sono dunque contemplate vie di mezzo: il rischio è quello che si spenga il motore, ovvero, che il progetto d’integrazione europeo si blocchi del tutto, non tanto – o non solo – a causa dell’impervietà della strada, quanto per l’incapacità e l’indecisione del suo pilota.

Nel mondo dei Trump e dei Putin, è sempre più necessaria una leadership europea forte, e di una relativa legittimazione popolare. La mancanza di questi due elementi imprescindibili costituisce inevitabilmente per l’Unione la principale minaccia interna alla sua sopravvivenza. La Dichiarazione di Roma non rappresenta sicuramente un passo avanti in questa direzione. La cautela pone in stallo l’Unione, la quale – in attesa dei futuri risultati elettorali in Francia e Germania – intanto vira con decisione su sicurezza e difesa comuni.

 

Leggi tutta la Dichiarazione di Roma

 

 

intelligence

Perché l’intelligence italiano sa come combattere il terrorismo

di Matteo Negro.

La fortuna era serva, non padrona. Bisognava accettarla con una scrollata di spalle, o sfruttarla fino all’estremo. Però andava compresa e riconosciuta per quello che era, e non confusa con un errato calcolo delle probabilità. – Ian Fleming

La celebrità dei servizi segreti, per quanto ossimorica possa sembrare tale affermazione, è certamente da attribuire alla produzione cinematografica del Novecento, che ha dipinto la figura della spia con spennellate di fascino, tecnologia, di identità di copertura e di flirt, non solo con il nemico in qualità di doppiogiochista. Chiunque non sia stato rinchiuso in una botola buia negli ultimi 50 anni si trova ad identificare l’agente segreto con il protagonista di 007, James Bond. Sembra quasi che essere “macho”, spericolato e virile siano le caratteristiche di base per poter entrare a far parte dei servizi segreti, con buona pace di chi predica la parità dei sessi sul posto di lavoro.

Le cose non stanno esattamente così. Nella realtà, ci si può immaginare lo 007 come una persona di mezza età, non proprio appariscente per l’aspetto fisico, ma sicuramente sveglia e ben consapevole degli assetti geopolitici mondiali. Le competenze di ICT sono date per scontate, insieme ad una eccellente formazione specializzata in intelligence e sul diritto internazionale. Nel passato dell’intelligence italiano si poteva entrare a far parte dei servizi segreti esclusivamente se si prestava già servizio militare per qualche altro corpo di polizia (Esercito, Polizia di Stato, Carabinieri o Guardia di Finanza). Solo più recentemente è stata aperta la possibilità di candidarsi spontaneamente anche ai civili tramite i siti web delle nostre agenzie di spionaggio.

Altra mera finzione cinematografica da sfatare è la licenza di uccidere. Perlomeno in Italia. Alle nostre spie è infatti fatto divieto esplicito di infrangere il codice penale, se non con qualche piccolo permesso speciale in materia di intercettazioni telefoniche ed effrazione di domicilio. Ma sempre con il benestare dei piani alti. Negli anni si sono infatti moltiplicate le lamentele, non solo interne agli organismi di intelligence, riguardo al paradosso delle spie italiane: impedire loro di commettere reati minori corrisponderebbe secondo alcuni ad una sorta di azzoppamento delle nostre capacità di intelligence.

In Italia i servizi segreti sono organizzati in modo piramidale. Con la riforma del 2007 (legge 3 agosto 2007, n. 124) l’intelligence italiano è stato riorganizzato pur non mutando in modo sostanziale i princìpi generali precedenti. In cima alla piramide siede infatti l’indirizzo politico: il Presidente del Consiglio, da prassi, nomina i vertici delle tre strutture di intelligence e delega ad un sottosegretario la gestione dei rapporti con l’intelligence. DIS (Dipartimento informazioni per la sicurezza), AISI (Agenzia informazioni e sicurezza interna) e AISE (Agenzia informazioni e sicurezza esterna) costituiscono il livello operativo dei servizi segreti italiani. A ciascuna struttura sono affidati specifici compiti e responsabilità, tra cui il coordinamento delle informazioni riservate da ripartire ai ministeri per competenza (Interno, Esteri, Difesa) e con le organizzazioni di intelligence internazionali (Europol, Central Intelligence Agency).

Le radici delle nostre capacità di spionaggio e controspionaggio risalgono agli albori dello Stato italiano, a fine Ottocento. Ma l’affinamento di tali competenze è avvenuto a cavallo degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, in cui l’intreccio tra potere e malavita si è fatto ferocemente più complesso. Anche se in quei tempi la minaccia principale derivava dall’interno del Paese (gli anni di piombo, il golpe Borghese ecc.), tali periodi bui della Prima Repubblica hanno permesso alle nostre strutture di intelligence di poter comprendere i legami tra cellule terroristiche in modo più approfondito rispetto ad altre realtà internazionali. Competenze che, ex post e con tutte le perplessità annesse, si sono rivelate decisamente utili nella lotta al terrorismo internazionale.

Sono tali capacità ad aver permesso alle forze di polizia italiane, nel 2015 (dati Ministero dell’Interno), a poter vantare importanti successi nella lotta contro il terrorismo. Per quanto riguarda il terrorismo internazionale, a fronte di oltre 36.000 controlli da parte delle forze dell’ordine, le persone arrestate sono state 121, quelle espulse dal territorio italiano sono state 192 e quelle perquisite oltre 400. Quanto alle minacce di terrorismo interno (estremismo di destra e di sinistra) invece, i denunciati nel solo 2015 sono stati oltre 1.800, e sono state arrestate in totale 78 persone.

L’attività legislativa si sta muovendo abbastanza velocemente per far fronte al mutamento delle condizioni entro cui si sviluppano le nuove minacce internazionali. Tra le altre misure contenute nel decreto legge Antiterrorismo n. 7 del 18 febbraio 2015, infatti, sono stati inseriti nel codice penale nuovi reati per chi organizza, finanzia e propaganda viaggi per commettere condotte terroristiche, per chi si arruola in organizzazioni terroristiche, per chi si auto-addestra per commettere atti terroristici (i cosiddetti lupi solitari), e via dicendo.

Non ci si deve quindi sorprendere se Anis Amri, l’attentatore della strage di Berlino dello scorso 19 dicembre, è stato fermato per un controllo e successivamente freddato a Sesto San Giovanni, nella periferia Nord di Milano. Questo è solo uno degli episodi che fanno da controprova all’efficacia delle misure di sicurezza poste in atto dallo Stato italiano, nonostante i livelli di allerta rimangano costantemente al di sopra della norma.

 

Matteo Negro, laureando in Management presso l’Università Bocconi, è associato in nextPA dal 2014 e si occupa principalmente di smart cities, partecipate pubbliche, infrastrutture e trasporti.

Riproduzione riservata © nextPA

Photo credits: EU. Jean-Claude Juncker

Jean-Claude Juncker e la comunicazione nell’Unione Europea

di Francesco Vidé.

“Un dialogo politico e non tecnocratico”. Si è presentato con queste parole Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Europea dal 1 novembre 2014. La necessità di dare un cambio di rotta alle politiche di comunicazione e di trasformare il volto istituzionale dell’Unione Europea rappresentano alcune delle priorità del suo mandato. E il concetto è racchiuso in quelle poche, precise parole. Innanzitutto, dialogo. Le istituzioni sovrannazionali devono confrontarsi con i cittadini, aprirsi al dibattito pubblico, rendere conto e spiegare le proprie decisioni. Nel corso degli anni, si è tentato di raggiungere i cittadini dimenticandosi la nozione stessa di comunicazione. Ogni processo comunicativo, infatti, non è mai a senso unico: le informazioni passano dalla fonte al destinatario e dal destinatario alla fonte. Dalle istituzioni ai cittadini, ma anche dai cittadini alle istituzioni innescando un’interazione trasparente e profonda.

Pertanto, la prima soluzione per ridurre il distacco dai cittadini europei è stato il tentativo di creare un dialogo vero sfruttando tutti i canali, da quelli più tradizionali a quelli offerti dalle nuove tecnologie. In secondo luogo, questo confronto deve essere “politico e non tecnocratico”. Il senso della riflessione di Jean-Claude Juncker è che le istituzioni devono parlare lo stesso linguaggio dei cittadini. Sembrerà banale, ma anche da un punto di vista strettamente linguistico le parole sono importanti. Ancora oggi, molti servizi offerti dall’Unione Europea non sono usufruibili in tutte le lingue dei Paesi membri e questo, evidentemente, rappresenta una barriera ad un approccio diretto con i cittadini. In secondo luogo, “parlare lo stesso linguaggio” significa saper adattare il proprio messaggio al target di persone cui le istituzioni si rivolgono. Il mezzo è la semplificazione, il fine ultimo è l’efficacia della comunicazione istituzionale.

Tuttavia, qualunque politica di comunicazione è necessaria ma non sufficiente a ridurre il sentimento di euroscetticismo. Così come ciascun individuo, anche le istituzioni sovrannazionali comunicano attraverso le proprie azioni, prima ancora che attraverso le parole. “E’ impossibile non comunicare”, sosteneva Paul Watlawich, filosofo della comunicazione, nel primo assioma della comunicazione. Così, la scarsa conoscenza del funzionamento dell’Unione Europea e la percezione negativa nei suoi confronti è dovuta anche alla natura delle politiche intraprese dalle istituzioni sovrannazionali ed all’incapacità di risolvere problemi rilevanti, quali l’immigrazione e le crisi finanziarie dei paesi.

Pertanto, la principale linea di intervento e di cambiamento deve riguardare le scelte politiche dell’Unione Europea e Jean-Claude Juncker ha cercato di muoversi in questa direzione. Profondo sostenitore della crescita degli Stati europei, ha appoggiato politiche di deficit garantendo maggiore flessibilità sui vincoli e sui parametri europei. Ma non solo economia: per superare la propria crisi identitaria, secondo Juncker, l’Europa deve diventare più sociale, riducendo le disuguaglianze e sostenendo un piano di investimenti in Africa. Tuttavia, le parole devono essere seguite dai fatti: la Brexit ha svelato la fragilità del sistema europeo ed occorre un cambio di passo deciso per riallacciare il legame tra i cittadini e le istituzioni sovrannazionali.

 

Francesco Vidé, al primo anno del Master of Science in Government and International Organisations presso l’Università Bocconi, è associato in nextPA da aprile 2016.

Riproduzione riservata © nextPA

Lasci casa solo quando è la casa a scacciarti

di Silvia Profeti.

Ognuno di noi, si sa, ha particolari interessi a cui si dedica nel tempo libero o per distrarsi dalla quotidianità. Uno dei miei, per esempio, è cercare l’origine delle parole.

E così ieri, mentre riflettevo chiedendomi come si fosse arrivati a negare il desiderio di voler essere cittadini europei, a rifiutarsi di far parte di una comunità, mi sono ritrovata a curiosare sul sito della Treccani, per scoprire le radici anche di questa parola. 

Comunità.

Secondo l’Enciclopedia comunità è una parola di origine latina e deriva da communis, ovvero “che compie il suo incarico (munus) insieme con (cum) altri”. Un incarico che ieri una parte della popolazione britannica ha scelto di negare, con un atto che ha “urlato” al mondo quanto oggi la nostra Unione sia debole.

Eppure, e questo probabilmente è il lato “positivo” della vicenda, non è stata la Generazione Erasmus a farlo. No, fosse stato per i nostri coetanei oggi la Gran Bretagna sarebbe ancora uno dei 28, ops scusate 27, membri dell’Unione Europea e non staremmo qui a discutere dei futuri possibili scenari.

Nel concreto, quindi, cosa ci aspetta?

Dal punto di vista politico, l’incertezza è totale, sia per la rassegnazione delle dimissioni del presidente Cameron, del quale ancora non si conosce il successore, sia per l’impatto a cascata che questo risultato avrà sugli altri Paesi in cui i movimenti anti-europei sono in crescita. Le elezioni spagnole di oggi (26 giugno, ndr), per esempio, saranno un terno al lotto, nella speranza che questo terno non lo vinca Podemos.

Da un punto di vista economico, invece, Bloomberg cita tre possibili scenari per la Gran Bretagna:

  • rimanere all’interno dell’area economica europea con il c.d. “modello norvegese”, mantenendo l’accesso al mercato unico e il diritto alla libera circolazione delle persone, senza però avere più alcuna voce in capitolo;
  • negoziare una proposta di libera circolazione dei beni e dei servizi con l’Unione, evitando singole trattative tariffarie con tutti i Paesi Membri;
  • continuare a commerciare con i Paesi dell’Unione seguendo le regole tariffarie previste dalla WTO, evitando così lunghi periodi di negoziati.

La prima ipotesi corrisponde indubbiamente al miglior scenario, ma riduce i poteri decisionali in capo alla Gran Bretagna; sebbene, dunque, da questa soluzione ne uscirebbero quasi tutti “vincitori”, con impatti economici su investimenti diretti esteri ed occupazione contenuti, mi chiedo se sarà questa la strada che verrà intrapresa. Se così fosse, tanto valeva restare nell’Unione.

La terza ipotesi, invece, corrisponde al peggior scenario: come uno studio di PwC rileva, sebbene tale soluzione garantisca alla Gran Bretagna maggiori poteri decisionali e l’interruzione dei versamenti all’Unione Europea, le ripercussioni economiche potrebbero essere notevoli, con una perdita consistente di capitale umano immigrato.

Arriviamo dunque al punto di vista socio-culturale, sul quale è necessario investire da subito, senza esitazioni. Bisogna ripartire dai giovani, danneggiati da una scelta fatta da altri, e dalle periferie, investendo per ridurre le disuguaglianze economiche e sociali che hanno condotto la campagna a sostenere il “LEAVE”. La soluzione, in entrambi i casi, risiede nella comunità.

Con questo appello mi rivolgo a tutti i ragazzi della Generazione Erasmus, ai miei coeateni, invitandoli ad alzare la voce e rimboccarsi le maniche per evitare che il sogno europeo cada in mille pezzi, uno dopo l’altro, ad effetto domino. Associatevi, entrate a far parte di una comunità, impegnatevi per una causa a supporto del vostro territorio, che sia locale, nazionale o europeo, e scegliete l’Unione all’isolamento.

Solo in questo modo cominceremo a vivere in una nuova Europa, che non si identifica più solamente con le istituzioni che oggi sentiamo lontane. Europa è cittadinanza europea, quella cittadinanza di cui molti vanno in cerca senza ancora potervi avere accesso e che noi non dovremmo rifiutare.

Saggiamente uno di loro una volta ha scritto che “Lasci casa solo quando è la casa a scacciarti”.

 

Silvia Profeti è una delle fondatrici di nextPA. Laureata nel corso di laurea di Economia delle Amministrazioni Pubbliche e Istituzioni Internazionali, ha ricoperto la carica di segretario generale fino al 2015 ed è ora consulente presso PricewaterhouseCoopers.

Riproduzione riservata © nextPA. Image courtesy: REUTERS, Andrew Yates.

federica mogherini

Federica Mogherini: un’italiana per gli affari esteri dell’Unione Europea

di Francesco Vidè.

Decisione, competenza, diplomazia. Ma anche profondo senso delle istituzioni ed umanità. Sono questi i tratti che caratterizzano la figura e la personalità di Federica Mogherini. Classe 1973, una vita dedicata alla politica ed alle Relazioni Internazionali, l’ex ministro degli esteri del Governo Renzi è stato nominato nel settembre 2014 Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza. Non si tratta di una pedina qualunque: infatti, poteri e responsabilità la collocano nel cuore dello scacchiere istituzionale dell’Unione, in quanto ricopre incarichi ed intrattiene relazioni presso tutte le principali istituzioni sovrannazionali. Infatti Federica Mogherini partecipa ai lavori del Consiglio Europeo, è vicepresidente della Commissione Europea, presiede il Consiglio Affari Esteri e consulta costantemente il Parlamento Europeo per garantire che le opinioni di tale organo siano prese in considerazione. Inoltre, è stata nominata come Alto Rappresentante dal Consiglio Europeo e con l’accordo del presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker.

In questo labirinto politico-istituzionale Federica Mogherini ricopre un ruolo tanto delicato, quanto decisivo. Immigrazione, lotta al terrorismo, sanzioni economiche alla Russia, casi internazionali (tanto italiani quanto europei) come l’uccisione di Giulio Regeni e la detenzione dei marò: mai come oggi la politica estera assume un ruolo centrale e richiede una strategia congiunta a livello sovrannazionale. La stessa Mogherini ha invocato, in una recente intervista al quotidiano La Stampa, una maggiore coerenza tra le politiche nazionali e quelle europee attraverso il rispetto e l’attuazione delle decisioni comunitarie: “Si riconosce che il problema è più grande di quanto qualsiasi Stato da solo sia in grado di gestire, si chiede una risposta europea, ma subito dopo non la si mette in atto, si riprende la strada nazionale e si scarica la colpa sull’Europa”.

Federica Mogherini incarna una figura lontana dal grigio burocrate di Bruxelles con cui la maggior parte dei cittadini italiani è solita etichettare le istituzioni europee. L’Alto Rappresentante è il simbolo di una nuova politica europea: istituzioni più vicine ai problemi degli individui per rafforzare il legame con i cittadini e ridurre il diffuso sentimento di euroscetticismo. Fare politica non significa esclusivamente siglare accordi e prendere decisioni, bensì confrontarsi con la realtà in modo diretto, senza filtri distorsivi. Così, Federica Mogherini ha affrontato le grandi problematiche comunitarie mettendosi in gioco in prima persona, “mettendoci la faccia”. In quest’ottica si colloca la visita dell’Alto Rappresentante a Lampedusa, il cuore delle speranze di migliaia di migranti che si imbarcano dalla Libia per raggiungere il territorio europeo. “Qui si vede il volto migliore dell’Europa, l’Europa che salva vite e non costruisce muri”. Alla visita del settembre 2014 sono seguiti numerosi interventi, incontri, richiami ad un senso di umanità e di responsabilità collettiva. Tuttavia, sul tema dell’immigrazione nulla è stato ancora concretizzato, complice il lento processo decisionale europeo. Infatti, per questioni delicate come politica estera o fiscalità, il Consiglio dell’Unione Europea richiede l’unanimità dei voti favorevoli. E’ sufficiente il voto contrario di uno dei ventotto Stati membri per bloccare l’atto legislativo. Così, il sistema di ripartizione dei migranti è ancora congelato ed il Migration Compact, piano proposto dal premier italiano Matteo Renzi, necessita di una lunga fase di negoziazioni e dibattiti per ottenere il via libera di tutti i Paesi europei.

Una seconda tematica di politica estera che ha assunto una rilevanza cruciale è la lotta al terrorismo. Gli attentati di Charlie Hebdo, la strage di Bruxelles, gli attacchi al Bataclan ed allo Stade de France hanno colpito il cuore dell’Europa, uccidendo molti cittadini e ferendo l’ideale di libertà del Vecchio Continente. A colpire l’opinione pubblica nazionale e sovrannazionale sono state le lacrime di Federica Mogherini in seguito alle stragi terroristiche di Bruxelles. Un gesto che ha ricevuto critiche, in quanto interpretato come manifestazione dell’impotenza delle istituzioni europee, ma che allo stesso tempo si è rivelato nella propria semplicità e potenza: la commozione dell’Alto Rappresentante mostra la vicinanza, il senso di appartenenza ad un dolore profondo e comune. Sicuramente visite e sentimenti non bastano, ma Federica Mogherini rappresenta il volto di istituzioni che si avvicinano ai problemi dei cittadini e che cercano di unire le diverse anime dell’Europa, chiamate a dare risposte urgenti, importanti, condivise.

 

Francesco Vidè, iscritto al terzo anno di Economia Aziendale e Management presso l’Università Bocconi, è associato in nextPA dall’aprile 2016.

Riproduzione riservata © nextPA

 

Fonti

http://www.lastampa.it/2016/04/30/esteri/mogherini-basta-schizofrenia-gli-stati-devono-seguire-leuropa-Sr7rbtfeYcNCiY3txBfAwJ/pagina.html

http://www.eunews.it/2016/04/14/federica-mogherini-visita-lampedusa/55795

http://www.repubblica.it/esteri/2016/03/23/news/attentanti_bruxelles_mogherini-136118440