Photo credits: EU. Jean-Claude Juncker

Jean-Claude Juncker e la comunicazione nell’Unione Europea

di Francesco Vidé.

“Un dialogo politico e non tecnocratico”. Si è presentato con queste parole Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Europea dal 1 novembre 2014. La necessità di dare un cambio di rotta alle politiche di comunicazione e di trasformare il volto istituzionale dell’Unione Europea rappresentano alcune delle priorità del suo mandato. E il concetto è racchiuso in quelle poche, precise parole. Innanzitutto, dialogo. Le istituzioni sovrannazionali devono confrontarsi con i cittadini, aprirsi al dibattito pubblico, rendere conto e spiegare le proprie decisioni. Nel corso degli anni, si è tentato di raggiungere i cittadini dimenticandosi la nozione stessa di comunicazione. Ogni processo comunicativo, infatti, non è mai a senso unico: le informazioni passano dalla fonte al destinatario e dal destinatario alla fonte. Dalle istituzioni ai cittadini, ma anche dai cittadini alle istituzioni innescando un’interazione trasparente e profonda.

Pertanto, la prima soluzione per ridurre il distacco dai cittadini europei è stato il tentativo di creare un dialogo vero sfruttando tutti i canali, da quelli più tradizionali a quelli offerti dalle nuove tecnologie. In secondo luogo, questo confronto deve essere “politico e non tecnocratico”. Il senso della riflessione di Jean-Claude Juncker è che le istituzioni devono parlare lo stesso linguaggio dei cittadini. Sembrerà banale, ma anche da un punto di vista strettamente linguistico le parole sono importanti. Ancora oggi, molti servizi offerti dall’Unione Europea non sono usufruibili in tutte le lingue dei Paesi membri e questo, evidentemente, rappresenta una barriera ad un approccio diretto con i cittadini. In secondo luogo, “parlare lo stesso linguaggio” significa saper adattare il proprio messaggio al target di persone cui le istituzioni si rivolgono. Il mezzo è la semplificazione, il fine ultimo è l’efficacia della comunicazione istituzionale.

Tuttavia, qualunque politica di comunicazione è necessaria ma non sufficiente a ridurre il sentimento di euroscetticismo. Così come ciascun individuo, anche le istituzioni sovrannazionali comunicano attraverso le proprie azioni, prima ancora che attraverso le parole. “E’ impossibile non comunicare”, sosteneva Paul Watlawich, filosofo della comunicazione, nel primo assioma della comunicazione. Così, la scarsa conoscenza del funzionamento dell’Unione Europea e la percezione negativa nei suoi confronti è dovuta anche alla natura delle politiche intraprese dalle istituzioni sovrannazionali ed all’incapacità di risolvere problemi rilevanti, quali l’immigrazione e le crisi finanziarie dei paesi.

Pertanto, la principale linea di intervento e di cambiamento deve riguardare le scelte politiche dell’Unione Europea e Jean-Claude Juncker ha cercato di muoversi in questa direzione. Profondo sostenitore della crescita degli Stati europei, ha appoggiato politiche di deficit garantendo maggiore flessibilità sui vincoli e sui parametri europei. Ma non solo economia: per superare la propria crisi identitaria, secondo Juncker, l’Europa deve diventare più sociale, riducendo le disuguaglianze e sostenendo un piano di investimenti in Africa. Tuttavia, le parole devono essere seguite dai fatti: la Brexit ha svelato la fragilità del sistema europeo ed occorre un cambio di passo deciso per riallacciare il legame tra i cittadini e le istituzioni sovrannazionali.

 

Francesco Vidé, al primo anno del Master of Science in Government and International Organisations presso l’Università Bocconi, è associato in nextPA da aprile 2016.

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