La dichiarazione di Roma: l’Unione in stallo vira su sicurezza e difesa comune

di Davide Zilli

“L’unità europea è iniziata come il sogno di pochi ed è diventata la speranza di molti.”

Intenso il richiamo ai padri fondatori della Dichiarazione di Roma, firmata il 25 marzo scorso, dai ventisette leader degli Stati Membri e dalle più alte cariche dell’Unione. I leader europei esordiscono però con un’altra frase: “Noi […] siamo orgogliosi dei risultati raggiunti dall’Unione Europea”. Un incipit che suona abbastanza forzato, e un po’ falso, viste le perpetue angherie tra nord-sud, est-ovest, e via dicendo. A leggere la tanto attesa Dichiarazione di Roma, si rimane non poco delusi.

Gli impegni non aumentano, sembra piuttosto che si punti al minimo. Dopo Brexit, forse ci si aspettava uno scatto repentino, un’agenda chiara, rivolta a rilanciare il progetto – e l’orgoglio – europeo, a dispetto dell’inattesa uscita britannica. Al contrario, la Dichiarazione fotografa molto bene il presente stato dell’Unione: che il progetto europeo fosse in stallo, ce ne si era già accorti da tempo, e, senza sorpresa, sia nel contenuto che nella forma, la Dichiarazione lascia trasparire una coesione solo formale, a dispetto di evidenti distanze sostanziali. Quel che emerge è lo sforzo dei ventisette leader e delle istituzioni, di affrontare il presente, cercando di apparire coesi, quantomeno su alcuni punti.

Il primo di questi è costituito dall’elenco delle ‘sfide senza precedenti’– così chiamate nella Dichiarazione – elencate già al terzo paragrafo: conflitti regionali, terrorismo, pressioni migratorie crescenti, protezionismo, e disuguaglianze sociali ed economiche. È evidente – e comprensibile – il tentativo di venire incontro alle pressioni dell’opinione pubblica, sicurezza in primis. Di conseguenza, non casuale è l’ordine dei quattro impegni presi con la Dichiarazione:

  1. Un’Europa sicura: un’Unione in cui tutti i cittadini si sentano sicuri e possano spostarsi liberamente

Da politici navigati, i ventisette leader sanno bene cosa i cittadini vogliono sentirsi dire: la difesa della frontiera comune europea, la libertà di movimento nell’area Schengen, “una politica migratoria efficace, responsabile e sostenibile”, e la lotta al terrorismo. Questo elenco purtroppo favorisce lo spiacevole accostamento tra immigrazione e terrorismo, che nell’immaginario collettivo vengono percepiti come facce della stessa medaglia. Vista la priorità data a questo tema, e alle parole usate, il dubbio sorge spontaneo: è questo un argine ai populismi, o piuttosto un goffo tentativo di inseguirne la retorica?

  1. Un’Europa prospera e sostenibile

L’enfasi su crescita e occupazione non conosce novità sostanziali: i tormentoni anni ’90 del mercato unico e della competitività, la stabilità dell’euro e le riforme strutturali. Oltre al completamento dell’Unione Economica e Monetaria, e alla convergenza delle economie nazionali, ambiguo suona il riferimento all’ “energia sicura e conveniente”: sicurezza ambientale o importanza della garanzia di un approvvigionamento energetico stabile?

  1. Un’Europa sociale

Un punto fortemente voluto dai paesi mediterranei, nei quali la disoccupazione e le diseguaglianze sociali non sembrano ancora destinate a calare nel breve termine. Forse è proprio questo l’aspetto sul quale si studieranno le prossime mosse a Bruxelles, in attesa delle elezioni in Francia e Germania. Di fatti, cresce sempre di più l’ipotesi di un reddito d’inclusione europeo, anche grazie ai recenti mea culpa delle istituzioni internazionali – come FMI, Banca Mondiale e WTO, i quali di recente hanno ammesso che la globalizzazione ed il commercio internazionale “hanno avuto effetti negativi su alcune tipologie di lavoratori e su alcune comunità[1] (La Repubblica, 10 Aprile 2017).

  1. Un’Europa più forte sulla scena mondiale

Importante il riferimento “alla creazione di un’industria della difesa più competitiva ed integrata; un’Unione impegnata a rafforzare la propria sicurezza e difesa comuni, anche in cooperazione e complementarietà con la NATO”. Sicurezza quindi punto focale del futuro dell’Unione, senza però stravolgere lo status quo, con un’esasperata chiosa: “[un’Unione] che sia orgogliosa dei propri valori e protettiva nei confronti dei propri cittadini”. Più convenzionali invece i richiami al libero commercio, alla politica climatica globale positiva, allo sviluppo di partenariati.

L’ottica funzionalista chiude la Dichiarazione con un due brevi incisi: “Ci siamo uniti per un buon fine. L’Europa è il nostro futuro comune.” Ad essere maliziosi, si potrebbe far notare l’accostamento involontario “fine Europa”, e l’uso: L’Europa, invece che l’Unione Europea. Scherzi a parte, è evidente lo sforzo di voler rassicurare i cittadini europei, ancora scossi dagli attacchi terroristici degli ultimi anni. Per ribadire il concetto, nel penultimo paragrafo, i ventisette mettono per iscritto che si impegnano “a dare ascolto e risposte alle preoccupazioni espresse dai nostri cittadini”.

Emblematica invece appare la frase “La nostra unione è indivisa e indivisibile”Che sia un monito a chi voglia intraprendere la stessa strada del Regno Unito? O forse la pietra tombale sulla cosiddetta ‘Europa a due velocità’, posta dal gruppo di Visegrad? Lascia molto spazio ad interpretazioni anche la frase: Vogliamo che l’Unione sia grande sulle grandi questioni e piccola sulle piccole”, una rivendicazione di sovranità che i Capi di Stato e di Governo avanzano, e che si spiega molto bene con un’ottica elettorale.

Nonostante le rassicurazioni del presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, circa il ruolo di garanzia che il Parlamento Europeo debba svolgere affinché gli impegni presi possano effettivamente essere implementati, sembra tuttavia improbabile che quest’agenda possa concretizzarsi con tempi certi, contemporaneamente ai negoziati su Brexit e a questo clima di instabilità geopolitica, che – di fatto – finiranno col monopolizzare l’attenzione e l’attività istituzionale dei prossimi mesi.

Come è facile notare dalla retorica usata nella Dichiarazione, la macchina europea ha smesso di premere sull’acceleratore da tempo. Se non si rilancia il processo d’integrazione, l’Unione rischia seriamente di eclissarsi. La Commissione Europea intanto ha già messo le mani avanti. I cinque scenari del Libro Bianco presentato da Juncker, rimandano la questione al mittente: il destino dell’Unione non dipende dai commissari, tantomeno dai burocrati; sia piuttosto la politica ad assumersi la responsabilità sulla visione strategica, onere e onore del Consiglio Europeo, ovvero dei ventisette.

C’è chi raccomanda di scalare la marcia, per poter affrontare la salita in sicurezza; c’è chi rilancia, chiedendo al conducente di premere con decisione sull’acceleratore, e ingranare la marcia superiore. Non sono dunque contemplate vie di mezzo: il rischio è quello che si spenga il motore, ovvero, che il progetto d’integrazione europeo si blocchi del tutto, non tanto – o non solo – a causa dell’impervietà della strada, quanto per l’incapacità e l’indecisione del suo pilota.

Nel mondo dei Trump e dei Putin, è sempre più necessaria una leadership europea forte, e di una relativa legittimazione popolare. La mancanza di questi due elementi imprescindibili costituisce inevitabilmente per l’Unione la principale minaccia interna alla sua sopravvivenza. La Dichiarazione di Roma non rappresenta sicuramente un passo avanti in questa direzione. La cautela pone in stallo l’Unione, la quale – in attesa dei futuri risultati elettorali in Francia e Germania – intanto vira con decisione su sicurezza e difesa comuni.

 

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La dichiarazione di Roma: l’Unione in stallo vira su sicurezza e difesa comune

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