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Perché l’intelligence italiano sa come combattere il terrorismo

di Matteo Negro.

La fortuna era serva, non padrona. Bisognava accettarla con una scrollata di spalle, o sfruttarla fino all’estremo. Però andava compresa e riconosciuta per quello che era, e non confusa con un errato calcolo delle probabilità. – Ian Fleming

La celebrità dei servizi segreti, per quanto ossimorica possa sembrare tale affermazione, è certamente da attribuire alla produzione cinematografica del Novecento, che ha dipinto la figura della spia con spennellate di fascino, tecnologia, di identità di copertura e di flirt, non solo con il nemico in qualità di doppiogiochista. Chiunque non sia stato rinchiuso in una botola buia negli ultimi 50 anni si trova ad identificare l’agente segreto con il protagonista di 007, James Bond. Sembra quasi che essere “macho”, spericolato e virile siano le caratteristiche di base per poter entrare a far parte dei servizi segreti, con buona pace di chi predica la parità dei sessi sul posto di lavoro.

Le cose non stanno esattamente così. Nella realtà, ci si può immaginare lo 007 come una persona di mezza età, non proprio appariscente per l’aspetto fisico, ma sicuramente sveglia e ben consapevole degli assetti geopolitici mondiali. Le competenze di ICT sono date per scontate, insieme ad una eccellente formazione specializzata in intelligence e sul diritto internazionale. Nel passato dell’intelligence italiano si poteva entrare a far parte dei servizi segreti esclusivamente se si prestava già servizio militare per qualche altro corpo di polizia (Esercito, Polizia di Stato, Carabinieri o Guardia di Finanza). Solo più recentemente è stata aperta la possibilità di candidarsi spontaneamente anche ai civili tramite i siti web delle nostre agenzie di spionaggio.

Altra mera finzione cinematografica da sfatare è la licenza di uccidere. Perlomeno in Italia. Alle nostre spie è infatti fatto divieto esplicito di infrangere il codice penale, se non con qualche piccolo permesso speciale in materia di intercettazioni telefoniche ed effrazione di domicilio. Ma sempre con il benestare dei piani alti. Negli anni si sono infatti moltiplicate le lamentele, non solo interne agli organismi di intelligence, riguardo al paradosso delle spie italiane: impedire loro di commettere reati minori corrisponderebbe secondo alcuni ad una sorta di azzoppamento delle nostre capacità di intelligence.

In Italia i servizi segreti sono organizzati in modo piramidale. Con la riforma del 2007 (legge 3 agosto 2007, n. 124) l’intelligence italiano è stato riorganizzato pur non mutando in modo sostanziale i princìpi generali precedenti. In cima alla piramide siede infatti l’indirizzo politico: il Presidente del Consiglio, da prassi, nomina i vertici delle tre strutture di intelligence e delega ad un sottosegretario la gestione dei rapporti con l’intelligence. DIS (Dipartimento informazioni per la sicurezza), AISI (Agenzia informazioni e sicurezza interna) e AISE (Agenzia informazioni e sicurezza esterna) costituiscono il livello operativo dei servizi segreti italiani. A ciascuna struttura sono affidati specifici compiti e responsabilità, tra cui il coordinamento delle informazioni riservate da ripartire ai ministeri per competenza (Interno, Esteri, Difesa) e con le organizzazioni di intelligence internazionali (Europol, Central Intelligence Agency).

Le radici delle nostre capacità di spionaggio e controspionaggio risalgono agli albori dello Stato italiano, a fine Ottocento. Ma l’affinamento di tali competenze è avvenuto a cavallo degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, in cui l’intreccio tra potere e malavita si è fatto ferocemente più complesso. Anche se in quei tempi la minaccia principale derivava dall’interno del Paese (gli anni di piombo, il golpe Borghese ecc.), tali periodi bui della Prima Repubblica hanno permesso alle nostre strutture di intelligence di poter comprendere i legami tra cellule terroristiche in modo più approfondito rispetto ad altre realtà internazionali. Competenze che, ex post e con tutte le perplessità annesse, si sono rivelate decisamente utili nella lotta al terrorismo internazionale.

Sono tali capacità ad aver permesso alle forze di polizia italiane, nel 2015 (dati Ministero dell’Interno), a poter vantare importanti successi nella lotta contro il terrorismo. Per quanto riguarda il terrorismo internazionale, a fronte di oltre 36.000 controlli da parte delle forze dell’ordine, le persone arrestate sono state 121, quelle espulse dal territorio italiano sono state 192 e quelle perquisite oltre 400. Quanto alle minacce di terrorismo interno (estremismo di destra e di sinistra) invece, i denunciati nel solo 2015 sono stati oltre 1.800, e sono state arrestate in totale 78 persone.

L’attività legislativa si sta muovendo abbastanza velocemente per far fronte al mutamento delle condizioni entro cui si sviluppano le nuove minacce internazionali. Tra le altre misure contenute nel decreto legge Antiterrorismo n. 7 del 18 febbraio 2015, infatti, sono stati inseriti nel codice penale nuovi reati per chi organizza, finanzia e propaganda viaggi per commettere condotte terroristiche, per chi si arruola in organizzazioni terroristiche, per chi si auto-addestra per commettere atti terroristici (i cosiddetti lupi solitari), e via dicendo.

Non ci si deve quindi sorprendere se Anis Amri, l’attentatore della strage di Berlino dello scorso 19 dicembre, è stato fermato per un controllo e successivamente freddato a Sesto San Giovanni, nella periferia Nord di Milano. Questo è solo uno degli episodi che fanno da controprova all’efficacia delle misure di sicurezza poste in atto dallo Stato italiano, nonostante i livelli di allerta rimangano costantemente al di sopra della norma.

 

Matteo Negro, laureando in Management presso l’Università Bocconi, è associato in nextPA dal 2014 e si occupa principalmente di smart cities, partecipate pubbliche, infrastrutture e trasporti.

Riproduzione riservata © nextPA

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