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Poste: lezioni di privatizzazione

di Matteo Negro.

Siamo chiari fin da subito: niente è stato privatizzato. Seppure non sia facile definire univocamente la “privatizzazione” all’interno del più che variegato mondo delle partecipate pubbliche italiane, si può sostenere che la quotazione di Poste Italiane S.p.A. su Piazza Affari non abbia avuto la privatizzazione – intesta come cessione del controllo societario – come obiettivo principale. Anzi, si potrebbe addirittura sostenere che gli obiettivi di questa operazione di finanza straordinaria siano stati diametralmente opposti.

Il nuovo flottante affluito nelle casse societarie (che ammonta al 38,2% del capitale sociale di circa 1,3 miliardi di euro) dovrebbe essere visto più come un “aiuto” economico, una sorta di obbligazione a lunghissimo termine con tasso di interesse coincidente con il ROE, invece di una vera e propria strategia di privatizzazione dell’azionariato. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, attuale azionista di maggioranza con il 61,8% del capitale, ha le sue buone ragioni per non voler cedere al mercato il controllo dell’azienda: Poste Italiane, nonostante la discreta riduzione degli utili nell’ultimo triennio, ha in programma per il 2015 e il 2016 di distribuire non meno dell’80% dei profitti (che si stimano comunque non inferiori a mezzo miliardo di euro per il biennio in esame, secondo il Sole 24 Ore). Sicuramente un buon tesoretto di cassa che, nel caso in cui le stime si riveleranno corrette, si rivelerà utile per molte iniziative rientranti non solo nella legge di stabilità presentata dal Governo lo scorso 15 ottobre e ora in discussione in Parlamento, ma più in generale per dare un po’ di respiro alle casse statali.

Tuttavia, e non c’è da sorprendersi, i risultati di Poste Italiane non dipendono in via prevalente dal suo core business: Poste Italiane non fa quello per cui è nata ed è cresciuta negli anni. Solo il 15,9% circa del fatturato deriva dal business della corrispondenza che sconta, oltre ad un severo calo della domanda di servizi postali, un netto svantaggio competitivo nei confronti della concorrenza dei corrieri espressi, molto più efficienti sotto il punto di vista dei costi operativi e di struttura ed efficaci nelle consegne. Come prevedibile, l’incidenza maggiore sul fatturato (e sui margini) deriva dal settore assicurativo, sul cui business qualche anno fa è stata incentrata una ingente ristrutturazione aziendale. Tale strategia risulta essere coerente con le strutture e la capillarità degli sportelli di Poste Italiane S.p.A.: si tratta infatti di un sistema di infrastrutture che si presta in miglior modo allo svolgimento di attività assicurativa, rispetto alla gestione della corrispondenza.

Per valutare correttamente l’operato di un’azienda, tuttavia, non è sufficiente concentrarsi sull’analisi delle sue scelte passate. La posizione strategica che Poste si propone di perseguire è quella di accompagnare verso il futuro il Bel Paese, sviluppandolo intorno ai tre business cardini dell’azienda: corrispondenza, transazioni e assicurazioni. Per riuscirci, Poste Italiane intende avvalersi di soluzioni di qualità e di servizi semplici e intuitivi per il cittadino e le imprese, richiamandosi alle nuove tecnologie e alle best practices derivanti dalla competizione, anche internazionale, nei settori in cui opera. Obiettivi sicuramente ambiziosi, declinati in sfide e progetti altrettanto importanti e meglio illustrati nella relazione annuale sulla gestione del 2014.

Per il momento, la notizia che più delle altre ha richiamato l’attenzione dei media è stata la pianificazione di 8.000 assunzioni nel 2016. Se da alcuni questa affermazione è stata ben accolta, altri hanno invece evidenziato come le motivazioni alla base di questa scelta facciano riferimento più alla sfera politica rispetto a quella economica. Poste Italiane, per raggiungere gli obiettivi di cui sopra, ha bisogno di un periodo di inversione di marcia rispetto agli anni passati: per cambiare il segno algebrico al risultato netto, infatti, bisogna allontanarsi dalla visione delle partecipate pubbliche come volani occupazionali. Una sfida che sembrerebbe essere stata rimandata al prossimo piano strategico.

 

Matteo Negro, al primo anno in Management presso l’Università Bocconi, è associato in nextPA dal 2014 e si occupa principalmente di smart cities, partecipate pubbliche, infrastrutture e trasporti.

Riproduzione riservata © nextPA

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