Sanità: educazione alla salute per razionare la spesa

di Alberto Pistis.

Il Sistema Sanitario Nazionale italiano è certamente tra i migliori al mondo: il World Health Report, per esempio, lo classifica in seconda posizione a livello qualitativo su scala mondiale. Certamente la natura universalistica della sanità e la longevità della popolazione del Belpaese giocano un ruolo fondamentale in un così alto posizionamento. D’altro canto secondo diverse statistiche molti utenti percepiscono la qualità del servizio offerto come insoddisfacente. Sorge dunque il dubbio circa la corretta misurazione da considerare per valutare il sistema. Considerando le realtà territoriali appare un quadro nazionale piuttosto eterogeneo: si notano infatti diverse eccellenze in alcune regioni, paragonabili alle maggiori realtà internazionali; allo stesso tempo però in altri territori si evidenziano difficoltà e standard qualitativi minori.

Certamente l’accesso semplificato alle cure per tutti i cittadini può essere considerato un elemento positivo per il nostro paese, soprattutto se si legge tale situazione in contrapposizione a quella delle nazioni che possiedono un alto livello di cure, ma non garantiscono il libero accesso a tutti. Premettendo che risulterebbe più veritiera una comparazione con paesi di dimensione simile alla nostra, in generale, il paragone con gli USA è il più utilizzato. Bisognerebbe infatti sottolineare come, oltre alla differenza di spesa sanitaria in proporzione al PIL, gli Stati Uniti abbiano sia un numero più elevato di utenti da soddisfare, sia una maggior capacità di produrre. In ogni caso risulta indubbiamente più equo a livello sociale una situazione più simile a quella nostrana, di una in cui le persone non assicurate sono abbandonate al loro destino.

Tuttavia dietro l’equità sociale realizzata nei sistemi universalistici si nasconde una minaccia che nel tempo si è consolidata nei comportamenti dei cittadini: la percezione di sanità come qualcosa di gratuito. Questo infatti induce gli utenti a trascurare le risorse impiegate per l’approvvigionamento dei medicinali e per l’accesso alle cure. Una tale leggerezza nell’approccio alla sanità produce noncuranza e conseguenti sprechi: per esempio accade spesso che farmaci forniti dal SSN vengano cestinati a causa di una cattiva conservazione. L’incuria del paziente (che non paga direttamente il medicinale) produce così un costo ingente sulle spalle della collettività. Dello stesso avviso è la prof.ssa Elena Cantù, docente del dipartimento Analisi delle Politiche e di Management Pubblico dell’Università Bocconi: la salute è infatti vista come un diritto imprescindibile, visione assolutamente legittima ma che richiede una qualche modulazione. Pretendere una prestazione senza tenere conto dei tempi, così come non avere fiducia nei confronti del personale medico, sono fattori che spingono l’utente finale a ricercare la via che più velocemente soddisfa l’istinto personale. Si pensi ad esempio alla pratica di cambiare medico sino ad ottenere la diagnosi desiderata, oppure il continuo ricorso ad esami anche quando i protocolli non ne prescrivono, tutti segnali di uno scetticismo nei confronti del sistema.

Gli scenari futuri, in questo senso, vogliono dare consapevolezza ai cittadini riguardo ai costi del diritto alla salute, elemento imprescindibile della nostra società ma che deve essere erogato in modo razionale affinché il sistema rimanga sostenibile. Si veda quindi la pratica di evidenziare il reale costo della prestazione, la compartecipazione ai costi, ma soprattutto la creazione di un rapporto di fiducia con tutto il personale sanitario, non solo medico ma anche infermieristico.

In conclusione si può dire che il processo passi per noi cittadini comuni: la prossima volta che facciamo valere un nostro diritto proviamo quindi a pensare come questo faccia parte di un sistema più ampio, in cui giochiamo un ruolo fondamentale.

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