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La PA che vogliamo: riforme e cambiamenti obbligati

di Melissa Giorgio.

Dal 22 al 26 Febbraio si è svolta la “Bocconi for Government week” (#B4Gov); la settimana è stata inaugurata dal Convegno Annuale OCAP – Osservatorio sul Cambiamento della PA, SDABocconi – dal titolo “La PA che vogliamo, persone e riforme: la passione di servire il pubblico”. Il numeroso pubblico presente  è stato accolto dal magnifico rettore Andrea Sironi e dal dean della SDA Bocconi Bruno Busacca. Dopo i  brevi interventi di benvenuto, è intervenuta in collegamento video da Roma, il Ministro per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione Marianna Madia.

Il suo intervento è stato breve, ma mirato. Ha parlato di crescita e del tema centrale dell’attuale riforma della PA, il cui obiettivo è di essere un grande cambiamento, un primo passo per un’amministrazione pubblica del futuro. Agli occhi del ministro Madia, è chiaro che per una vera trasformazione sia necessario uno sforzo collettivo: i mutamenti più importanti nascono dal basso e non è solo la burocrazia del settore pubblico a doversi adeguare alle nuove norme. In questa direzione è anzitutto, fondamentale proseguire il lavoro iniziato con la legge di stabilità per quanto concerne il tema del recruitment e della selezione del personale: esso dev’essere una risposta al bisogno effettivo di nuove leve negli enti pubblici. Inoltre, sempre a proposito di risorse umane, il ministro ritiene vitale un ripensamento del ruolo della dirigenza: occorre inserire persone idonee agli incarichi agendo su tre fronti, ovvero ottimizzando i tempi d’azione, seguendo un criterio meritocratico e sostenendo l’autonomia dell’amministrazione dalla politica. L’intervento di Madia è terminato con una riflessione sul rapporto tra pubblica amministrazione e cittadini, sostenendo che questa riforma ha il dovere di cancellare la visione diffusa  della PA come  un elefantiaco ostacolo. L’obiettivo prefissato dalla riforma è dimostrare che la Pubblica Amministrazione è in grado di semplificare la vita del cittadino: per questo competitività, equità, umanità e attrattività per gli investitori sono le chiavi d’azione.

In seguito è intervenuto il professor Nicola Bellè, coordinatore dell’OCAP, il quale ha reso pubblici i risultati degli studi sulla Public Service Motivation (PSM), un tema sempre più centrale all’interno della ricerca accademica  connessa al settore pubblico. Secondo gli studi presentati, i fattori demotivanti per chi lavora nel pubblico, quali gli obiettivi poco chiari e instabili, i vincoli burocratici e il legame debole tra contributi e ricompense (o performance e sanzioni) possono essere superati attraverso una chiave d’azione: la passione per il settore pubblico. Esistono due tipi di profili motivazionali tra i lavoratori pubblici: il giver e il taker. Il primo tende ad avere un alto rendimento: il valore aggiunto creato è maggiore rispetto al costo personale speso per il lavoro; al contrario il secondo si impegna solo quando  ottiene più di quanto paga personalmente. Incrociare i modelli di servizio pubblico con i profili motivazionali dei lavoratori permette di ottimizzare i risultati del settore pubblico. L’intervento di Bellè ha stimolato varie riflessioni che possono essere riassunti nei seguenti temi: innanzitutto è stata rilevata l’evidente opportunità di integrare le ricerche sulla PSM e sui profili motivazionali nelle politiche di recruitment; in secondo luogo, la PA dovrebbe rinnovare i livelli retributivi per diventare più attraente per i lavoratori più qualificati.

I primi interventi della mattinata hanno tracciato le linee guida che hanno poi influenzato la seguente tavola rotonda. Il professor Giovanni Valotti, direttore dell’OCAP, ha moderato la discussione con gli altri  partecipanti tra cui Franco Bassanini dell’ASTRID, il professor Elio Borgonovi, Raffaele Cattaneo, consigliere regionale della Lombardia, Massimo Cioffi dell’INPS, Daniele Dotto della Commissione Europea, Antonio Samaritani dell’AgID, Roberto Scanagatti di ANCI Lombardia e Catia Tomasetti dell’Acea.

I temi affrontati si possono  dividere in tre macro-aree.

In primis si è discusso di tagli agli sprechi e delle criticità incontrate nella riforma della PA. I primi ostacoli alla modernizzazione del sistema pubblico italiano sono la cultura degli organi di controllo e l’”unpredictability” del sistema di giustizia che diventano un grande disincentivo agli investimenti nel nostro Paese. L’inefficienza è un freno alla crescita e la mancanza di quest’ultima, unita ad un’insufficiente cooperazione a livello europeo, diventa fonte di alti costi per la pubblica amministrazione. I relatori si sono quindi domandati quale ruolo potrà giocare  la riforma Madia in questo contesto di criticità. Purtroppo non è possibile ancora offrire una risposta definita. Solo attraverso l’”execution” della riforma  si può verificarne la validità.  Le grandi riforme si misurano con l’attuazione: l’unico modo per comprendere cosa funziona e cosa invece necessita modifiche. È importante però ricordare che tutte le riforme hanno un costo, il quale spesso è la chiave del loro successo: si crea in questo modo un trade-off tra il prezzo del cambiamento e la previsione della sua effettiva attuazione.

Il secondo argomento è stato la digitalizzazione della PA. Il digitale è al centro della riforma Madia ed è percepito come obiettivo chiave nell’attuazione della stessa. I relatori hanno parlato della necessità di portare elementi di “rottamazione” anche nell’amministrazione pubblica. Tagliare chi non è efficiente e inserire nel sistema giovani dirigenti nativi-digitali: l’obiettivo è di creare gradualmente degli “organismi nativi-digitali”. È stata condivisa l’idea, tra gli ospiti dell’evento, del bisogno di investire nella modernizzazione del sistema:  impegnare risorse nel pre-pensionamento dell’alta dirigenza per poi svolgere attività di recruitment mirate ai giovani manager potrebbe essere un passo nella giusta direzione.

L’ultimo punto affrontato ha rivelato l’importanza del coinvolgimento delle persone, dei cittadini, nel cambiamento del settore pubblico italiano.

Sembra necessaria una profonda riflessione sulla diffusione della “cultura del pubblico” tra le giovani generazioni. Non basta una riforma per risolvere tutte le criticità legate alla PA, bisogna cambiare la cultura dei cittadini. Sfide importanti, come quella della riforma Madia, implicano alti rischi e  richiedono coraggio. La PA, però, non cambia semplicemente con l’intervento di alcuni “eroi”, piuttosto con uno sforzo condiviso da istituzioni e cittadini. La dirigenza pubblica deve dettare le linee guida, ma è dal basso che deve arrivare la spinta decisiva: è per questo che l’idea di un settore pubblico sostenibile, flessibile ed efficiente deve diventare credibile nelle menti dei più giovani. Il sogno di una PA competitiva e che crea servizi sulla base delle necessità dei suoi cittadini dovrà divenire realtà negli anni a seguire. Per ottenere questi ambiziosi risultati, citando il professor Borgonovi durante la tavola rotonda, <<Dobbiamo camminare tutti insieme>>.

 

Melissa Giorgio,  laureata in Economia, frequenta il corso di laurea specialistica in Bocconi “Government and International Organizations”. E’ associata nextPA da settembre 2015.

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Sustainability

Sostenibilità: qual è l’orientamento nei paesi emergenti?

di Irene Altino.

“Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.”

Commissione Mondiale sull’ambiente e lo sviluppo (WCED).

L’università Bocconi ha ospitato nei giorni del 6/10 e 7/10 il Salone della CSR dell’Innovazione Sociale, l’evento più importante nel panorama italiano per quanto riguarda la responsabilità sociale d’impresa.

Il tema della CSR nella letteratura manageriale è piuttosto nuovo, dunque gli studi sono focalizzati principalmente sulle imprese di paesi considerati avanzati, caratterizzati da un’economia matura.

Questo articolo invece ha l’obiettivo di raccontare un progetto di ricerca dell’Università di Pisa, orientato allo studio delle pratiche di sostenibilità d’impresa nelle multinazionali dei paesi emergenti, presentato dalla relatrice Annamaria Tuan durante l’evento.

L’obiettivo del progetto, ancora in corso, è quello di identificare la condotta ambientale, sociale e di governance di queste multinazionali, cercando di distinguere le operazioni di cosiddetto “green washing” da quelle di strategic CSR. I paesi coinvolti nello studio sono Brasile, Cina, India, Malesia, Messico, Russia, Sud Africa e Tailandia e i dati utilizzati sono quelli raccolti dal 2000-2013.

Il lavoro di analisi di report annuali e di report sulle politiche di sostenibilità ha portato alla creazione di un dizionario di parole chiave, delle quali sono state poi misurate le frequenze negli stessi report, al fine di individuare dei trend nelle strategie di CSR percorse dalle imprese.
I risultati finora raggiunti si sono rivelati decisamente interessanti, in quanto:

  1. Evidenziano una graduale standardizzazione nella stesura dei report di sostenibilità, elemento che favorisce il confronto, dunque lo studio e il progredire della letteratura manageriale in materia, contribuendo a colmare il gap di conoscenze rispetto a quelle esistenti sulle politiche di CSR nelle imprese dei paesi avanzati;
  2. Rilevano un principio di cambiamento nel modo di affrontare la CSR; infatti i contributi al settore charity e, più in generale, l’identificazione della CSR con la filantropia è una tendenza in diminuzione, a favore di strategie di CSR più attinenti al core business dell’impresa e dunque più organiche e specifiche; le aree di intervento che hanno vissuto un aumento significativo di risorse e competenze dedicate sono quelle riguardanti l’ambiente (con un ulteriore focus sul settore dell’energia) e i diritti dei lavoratori.

In conclusione di questo breve report, è interessante notare come le imprese che hanno implementato una strategia di CSR integrata nel proprio business si siano avvicinate ad argomenti di origine pubblica, come i diritti del lavoro, la protezione dell’ambiente, la valorizzazione del gender etc.
Le tematiche affrontate dalla responsabilità sociale d’impresa, inoltre, risultano essere in linea con i “Global Sustainable Development Goals” delle Nazioni Unite, il che per questi paesi risulta essere un buon indicatore (seppur approssimativo) della possibilità di creazione di un progetto di sviluppo economico, sul lungo periodo, organico e condiviso tra i principali attori della società, ed in linea con gli standard e le convenzioni internazionali.