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E’ stato il bicameralismo paritario a fermare la legge sulla concorrenza?

di Federica Bandera.

Maggiore velocità ed efficienza del procedimento legislativo attraverso l’eliminazione del bicameralismo perfetto: questo era uno dei cavalli di battaglia del fronte del SÌ al referendum. Eppure il SÌ si è guadagnato la fiducia soltanto del 41% degli italiani.

Al netto quindi dei dati e delle analisi, certamente corrette, che si leggono fin da domenica sera in merito alle preferenze di voto suddivise per cluster di popolazione (giovani/non giovani, alta/bassa istruzione, nord/sud …) e che puntano tutte a spiegare la vittoria del NO come successo del voto di protesta e malcontento generalizzato contro la politica e contro il governo come centro del sistema politico, la domanda meno ovvia da porsi forse è la seguente: chi nel fronte del NO non ha votato di pancia, come suggerito da alcune parti politiche, ma ha votato di testa, guardando al merito della riforma, perché l’ha bocciata?

È una domanda che ha senso porsi, perché, se è certamente vero che il fronte del NO è stato politicamente egemonizzato e rappresentato dal volto di Grillo e Salvini e dalle loro piattaforme politiche, è anche vero che a votare NO sono state molte personalità della nostra vita politica e sociale e milioni di cittadini che non hanno votato e non voteranno mai né per la Lega né per il M5S e che hanno criticato la riforma proprio nei suoi aspetti di merito e il premier per il modo troppo spregiudicato con cui ha cercato di raccogliere consenso su di essa.

La risposta a questo “perché” è: proprio la riforma non ha convinto ed è la sua “promessa” a non essere apparsa persuasiva. E se non ha convinto, gran parte della responsabilità è nella scarsa forza di quello che sembrava il principale argomento dei suoi sostenitori, cioè l’eliminazione del bicameralismo perfetto come fattore di maggiore efficienza istituzionale e responsabilità politica.

Sia chiaro: è vero, come ha documentato il fronte del SÌ, che in Europa prevalgono regimi monocamerali, in quelli bicamerali l’elettività della seconda Camera riguarda una minoranza di Paesi e l’uguaglianza dei poteri tra Camera e Senato rappresenta praticamente un unicum italiano. Quel che non è apparso vero anche a chi ha votato in modo più consapevole e meno di pancia è che fosse questa anomalia istituzionale la causa principale dell’anomalia politica italiana, della lentezza del processo legislativo e dell’incapacità dei partiti di decidere in modo tempestivo e responsabile sui temi di governo.

Dato che gli italiani sarebbero per la maggior parte inclini alla riduzione del numero dei politici, possiamo ben capire come dietro alla scelta di schierarsi dalla parte opposta – chi ha votato NO ha implicitamente scelto di mantenere il numero attuale di rappresentanti in Parlamento – debba esserci una motivazione ancor più forte del malcontento verso la classe politica e i suoi privilegi. E, cercando ancora di darci una spiegazione per questa scelta, si può ipotizzare che i contrari alla riforma non vedano l’ostacolo all’efficienza del procedimento legislativo nel bicameralismo perfetto, bensì nella mancanza di una forte volontà politica di chi ci governa. E questa spiegazione non manca di riscontri e di prove nella nostra vita istituzionale. Facciamo alcuni esempi concreti.

Il ddl sulla legge annuale sulla concorrenza (che dovrebbe essere approvata, appunto, annualmente, ed è stata invece annualmente non-approvata, dalla data della sua istituzione nel 2009 – art. 47, l. 23 luglio 2009, n. 99) è ormai “spiaggiato” da più di un anno al Senato. Presentato il 3 aprile del 2015 dall’allora Ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi, il disegno di legge è stato approvato, con modifiche, dalla Camera dei Deputati a ottobre 2015 e trasmesso al Senato. Dopo più di due mesi di audizioni informali e quasi un anno di trattazione in Commissione Industria, il disegno di legge si è arenato in aula al Senato dall’agosto 2016.

La lista infinita di audizioni effettuate e le continue proroghe dei termini per gli emendamenti ed i subemendamenti in Commissione dimostrano come il testo di legge sia stato oggetto di numerose pressioni e veti, come è normale che sia data la sua importanza. La volontà della maggioranza, che sostanzialmente decide la programmazione dei lavori in Parlamento, è stata chiara fin dall’arrivo del provvedimento in aula al Senato: congelarlo fino all’esito del referendum a causa di numerose questioni politicamente troppo spinose da affrontare in un momento così delicato di campagna elettorale.

E questo è soltanto un esempio di provvedimenti che, ad un certo punto del loro iter, sembrano finire su un binario morto. Se ne potrebbero fare anche a “camere invertite”: il disegno di legge sull’eleggibilità e incompatibilità dei magistrati rispetto a cariche politiche, approvato al Senato a marzo del 2014, è arenato da allora presso la Commissione giustizia della Camera. Ad averlo fermato non sono state le complicazioni burocratiche della “navetta”, ma ragioni del tutto politiche (i rapporti con la magistratura associata, la fine del Patto del Nazareno, ecc. ecc.).

Insomma: la lentezza del procedimento legislativo, le trappole e le strade senza uscita in cui finiscono molte leggi sono davvero solo un prodotto del bicameralismo, o non sono anche un prodotto della debolezza della politica, dalla sua inclinazione a finire catturata nel sistema dei veti incrociati? Utilizzando un termine molto in auge in questi tempi, possiamo risponderci così: non sarà forse un… “combinato disposto” fra i due?

 

Federica Bandera, laureata in Economia e Management delle Amministrazioni Pubbliche e Internazionali presso l’Università Bocconi, è una delle fondatrici di nextPA, di cui è stata la prima Presidente dal 2013 al 2015.

Pubblicato anche su Stradeonline.it

Lasci casa solo quando è la casa a scacciarti

di Silvia Profeti.

Ognuno di noi, si sa, ha particolari interessi a cui si dedica nel tempo libero o per distrarsi dalla quotidianità. Uno dei miei, per esempio, è cercare l’origine delle parole.

E così ieri, mentre riflettevo chiedendomi come si fosse arrivati a negare il desiderio di voler essere cittadini europei, a rifiutarsi di far parte di una comunità, mi sono ritrovata a curiosare sul sito della Treccani, per scoprire le radici anche di questa parola. 

Comunità.

Secondo l’Enciclopedia comunità è una parola di origine latina e deriva da communis, ovvero “che compie il suo incarico (munus) insieme con (cum) altri”. Un incarico che ieri una parte della popolazione britannica ha scelto di negare, con un atto che ha “urlato” al mondo quanto oggi la nostra Unione sia debole.

Eppure, e questo probabilmente è il lato “positivo” della vicenda, non è stata la Generazione Erasmus a farlo. No, fosse stato per i nostri coetanei oggi la Gran Bretagna sarebbe ancora uno dei 28, ops scusate 27, membri dell’Unione Europea e non staremmo qui a discutere dei futuri possibili scenari.

Nel concreto, quindi, cosa ci aspetta?

Dal punto di vista politico, l’incertezza è totale, sia per la rassegnazione delle dimissioni del presidente Cameron, del quale ancora non si conosce il successore, sia per l’impatto a cascata che questo risultato avrà sugli altri Paesi in cui i movimenti anti-europei sono in crescita. Le elezioni spagnole di oggi (26 giugno, ndr), per esempio, saranno un terno al lotto, nella speranza che questo terno non lo vinca Podemos.

Da un punto di vista economico, invece, Bloomberg cita tre possibili scenari per la Gran Bretagna:

  • rimanere all’interno dell’area economica europea con il c.d. “modello norvegese”, mantenendo l’accesso al mercato unico e il diritto alla libera circolazione delle persone, senza però avere più alcuna voce in capitolo;
  • negoziare una proposta di libera circolazione dei beni e dei servizi con l’Unione, evitando singole trattative tariffarie con tutti i Paesi Membri;
  • continuare a commerciare con i Paesi dell’Unione seguendo le regole tariffarie previste dalla WTO, evitando così lunghi periodi di negoziati.

La prima ipotesi corrisponde indubbiamente al miglior scenario, ma riduce i poteri decisionali in capo alla Gran Bretagna; sebbene, dunque, da questa soluzione ne uscirebbero quasi tutti “vincitori”, con impatti economici su investimenti diretti esteri ed occupazione contenuti, mi chiedo se sarà questa la strada che verrà intrapresa. Se così fosse, tanto valeva restare nell’Unione.

La terza ipotesi, invece, corrisponde al peggior scenario: come uno studio di PwC rileva, sebbene tale soluzione garantisca alla Gran Bretagna maggiori poteri decisionali e l’interruzione dei versamenti all’Unione Europea, le ripercussioni economiche potrebbero essere notevoli, con una perdita consistente di capitale umano immigrato.

Arriviamo dunque al punto di vista socio-culturale, sul quale è necessario investire da subito, senza esitazioni. Bisogna ripartire dai giovani, danneggiati da una scelta fatta da altri, e dalle periferie, investendo per ridurre le disuguaglianze economiche e sociali che hanno condotto la campagna a sostenere il “LEAVE”. La soluzione, in entrambi i casi, risiede nella comunità.

Con questo appello mi rivolgo a tutti i ragazzi della Generazione Erasmus, ai miei coeateni, invitandoli ad alzare la voce e rimboccarsi le maniche per evitare che il sogno europeo cada in mille pezzi, uno dopo l’altro, ad effetto domino. Associatevi, entrate a far parte di una comunità, impegnatevi per una causa a supporto del vostro territorio, che sia locale, nazionale o europeo, e scegliete l’Unione all’isolamento.

Solo in questo modo cominceremo a vivere in una nuova Europa, che non si identifica più solamente con le istituzioni che oggi sentiamo lontane. Europa è cittadinanza europea, quella cittadinanza di cui molti vanno in cerca senza ancora potervi avere accesso e che noi non dovremmo rifiutare.

Saggiamente uno di loro una volta ha scritto che “Lasci casa solo quando è la casa a scacciarti”.

 

Silvia Profeti è una delle fondatrici di nextPA. Laureata nel corso di laurea di Economia delle Amministrazioni Pubbliche e Istituzioni Internazionali, ha ricoperto la carica di segretario generale fino al 2015 ed è ora consulente presso PricewaterhouseCoopers.

Riproduzione riservata © nextPA. Image courtesy: REUTERS, Andrew Yates.

Palazzo Marino - Comune di Milano

Milano 2016: tra politica e pubblica amministrazione

di Davide Galli de Paratesi e Gaia Rovelli.

Milano si sa, è una città che non si ferma mai: se il 2015 si è svolto interamente all’insegna di EXPO, il 2016, seppur appena iniziato, si presenta già come un anno altrettanto caldo e all’insegna di novità e cambiamento. Tra i circa 1.343 comuni che quest’anno vedranno rinnovarsi la leadership politica, rientra infatti anche il capoluogo lombardo.

L’esito delle amministrative 2016, la cui data è ancora da definirsi ma prevista tra il 15 aprile ed il 15 giugno, è tutt’altro che scontato. Con l’avvicinarsi della scadenza, la rosa di candidati si delinea via via più chiaramente. Tuttavia, coloro in corsa per l’ambita carica dovranno includere nei propri programmi delle strategie volte a massimizzare il rapporto tra politica ed amministrazione, ormai sempre più riconosciuto come lo strumento chiave per assicurare il raggiungimento degli ambiziosi obbiettivi che una città come Milano intende raggiungere.

Indipendentemente da chi sarà eletto e dal grado di innovazione delle sue proposte, sarà quindi cruciale il ruolo giocato dai manager del pubblico nell’individuare, implementare e dirigere le operazioni che giorno per giorno porteranno alla realizzazione dei vari progetti per la città.

Si è parlato spesso negli ultimi tempi del rapporto tra politici e vertici dell’amministrazione, in particolar modo della necessità di maggiore autonomia di questi ultimi. La politica dovrebbe fissare gli obbiettivi, lasciando poi ai manager il compito di delineare la strategia più adatta per raggiungere l’obbiettivo nel modo più efficace. Tuttavia, le due forze guida che delineeranno il futuro di Milano (quella politica, e la sua controparte amministrativa), non smettono di guardare l’un l’altra, consigliandosi reciprocamente sul modo migliore per dar vita ad una proficua cooperazione.

Abbiamo partecipato all’incontro con uno dei quattro candidati alle primarie del Partito Democratico, Francesca Balzani, approfittandone per chiederle quali siano, a suo avviso, le tre qualità che un buon manager pubblico dovrebbe avere.

Secondo la vicesindaco del comune di Milano la prima caratteristica che non può mancare è quella della “competenza”, intesa come capacità di guardare non solo alle dinamiche locali o nazionali, ma anche a quelle di carattere europeo che al giorno d’oggi non possono e non devono esser ignorate. Se davvero il settore pubblico italiano intende portarsi alla pari di quelli degli altri paesi europei, esso deve privilegiare manager in grado di guardare alle dinamiche transnazionali, capace di imparare da queste ultime.

Venendo alla seconda caratteristica, troviamo uno dei temi più controversi e discussi: maggior autonomia e minor dipendenza dalla politica. Inutile rimarcarne i benefici. In quanto professionisti i manager devono avere la possibilità di esercitare le proprie funzioni con il giusto grado di indipendenza, così come fanno i loro corrispettivi del settore privato. Le parole chiave sono “lavoro per la collettività, non per il politico di turno”.

Infine, la terza caratteristica riguarda la capacità e, soprattutto, la voglia di innovare. I manager del pubblico non devono esser conservatori. Ripensarne il ruolo non implica solo ridefinire il rapporto con la politica, ma anche individuare un orientamento ed una propensione che permetta loro di lavorare per la collettività, stando al passo con le tempistiche che le nuove sfide oggi emergenti esigono. Sguardo al futuro, flessibilità e predisposizione al cambiamento sono qualità chiave dalle quali non si può più prescindere.

Le parole della vicesindaco Francesca Balzani ci fanno ben sperare e sembrano indicare come anche la politica milanese stia ormai comprendendo la necessità di riformare la pubblica amministrazione ed i suoi vertici. Tre spunti di riflessione che possono fornire da stimolo ed incentivo nell’animare l’affezione verso la politica e la pubblica amministrazione, rendendo studenti e cittadini ancor più motivati ad applicare le loro qualità e competenze, trovando una propria identità per e nella città in cui essi vivono.

 

Riproduzione riservata © nextPA

Amministrative: il punto di nextPA

di Vittorio Graziano.

Un ringraziamento speciale a Silvia Profeti, Antonio Pepe e Francesca Doniselli per il prezioso aiuto.

Cari lettori di nextPA, come avete potuto notare la rubrica “Il Venerdì di NextPA” non è uscita ieri pomeriggio come da consuetudine. La settimana appena passata, infatti, ha visto un solo grande argomento imporsi su tutti i media e all’attenzione dell’opinione pubblica: le elezioni regionali e amministrative.
Inoltre, proprio per permettere il miglior svolgimento possibile delle elezioni e della campagna elettorale, anche Camera e Senato si sono fermati per una settimana lasciando liberi senatori e deputati di sostenere i candidati dei propri partiti in tutta Italia.

Non abbiamo quindi potuto raccontarvi i fatti politici della settimana, ma allo stesso tempo non potevamo non parlare delle elezioni regionali. NextPA è un’associazione apolitica di studenti bocconiani accomunati dall’interesse verso la pubblica amministrazione e le elezioni di questi giorni andranno ad eleggere delle figure importantissime proprio per la pubblica amministrazione quali presidenti di regione e sindaci. Sono queste infatti figure fondamentali per una buona Pubblica Amministrazione, poiché ricoprono posizioni di comando all’interno di regioni e comuni e di fatto ne orientano e dirigono l’organizzazione.

Certo oltre alle elezioni questa settimana sono avvenuti anche altri avvenimenti molto importanti, tra i quali gli arresti dei dirigenti FIFA, la precaria situazione del debito greco che sembra oscillare ancora di più e tante altre cose ancora. Ma in quanto associazione orientata alla PA ci sentiamo di soffermarci su questo specifico argomento.
Le elezioni sono sia comunali (si vota in più di 700 comuni), che regionali (7 regioni), ma a causa dell’ polverone e delle critiche arrivate alle liste di candidati presentate dai partiti, ci vorremmo concentrare sulle elezioni regionali.
Si vota in 7 regioni: Veneto, Liguria, Toscana, Umbria, Marche, Campania e Puglia. Le varie regioni sono assai differenti tra di loro, ognuna con le proprie peculiarità e necessità ed ognuna con diverse prospettive future. Passiamo da regioni modello per la sanità ed all’avanguardia per i trasporti a regioni totalmente allo sbando. Le bandiere politiche dei partiti che hanno governato le regioni sono di tutti i colori, dalla Lega Nord a Sel, dal Pd aPiù precisamente il Veneto è governato dalla Lega Nord, Toscana, Liguria, Umbria e Marche dal Pd, la Campania dal Pdl e la Puglia da Sel.

In questo articolo non vogliamo soffermarci su una regione in particolare, o su un candidato o partito, ma vogliamo affrontare un tema comune a tutte le regioni ed in generale alla politica italiana, cioè la necessità di maggiore onestà da parte dei suoi rappresentanti. Nessuno può negare la scarsa trasparenza della classe politica italiana e le decine di scandali degli ultimi anni ne sono l’esempio chiaro e lampante. Comuni, regioni e Stato italiano hanno bisogno di rappresentanti seri, preparati e soprattutto onesti, altrimenti la Pubblica Amministrazione non potrà mai migliorare in maniera decisiva a vantaggio del cittadino.

Vista questa necessità non possiamo accettare la presenza di candidati non esattamente “puliti” all’interno di qualsivoglia partito o lista. La prima necessità per lo sviluppo italiano è la lotta alla corruzione e bisogna essere intransigenti. La lista degli impresentabili stilata dall’antimafia può essere indicativa al riguardo. Tutti gli “impresentabili” indicati nella lista dell’antimafia sono un problema vero e grave per la politica italiana. Non vogliamo fare i giustizialisti e neanche giudicare le vite e le scelte dei singoli candidati, ma non possiamo non mettere a fuoco il problema.
Alcuni ministri e commentatori politici hanno detto che le polemiche di questi giorni non “ aiutano i cittadini a sentirsi vicini alla politica ed alla gestione del territorio” dando quasi la colpa della disaffezione alle polemiche sorte intorno a questi candidati, come se il distacco tra cittadino e politica fosse dovuto alla cattiva pubblicità e non all’assenza delle amministrazioni in tanti contesti della vita giornaliera del cittadino; come se fosse il clamore mediatico e non l’assenza di strutture ospedaliere efficienti o trasporti ben organizzati ad allontanare politica e cittadini.
Inserire nelle liste degli “impresentabili” come anche altri candidati con alle spalle storie non del tutto chiare, non può essere accettato poiché rappresentano un rischio per regioni e comuni. Un rischio di corruzione, inefficienza e sprechi ma anche di collusione con le organizzazioni criminali quali mafia, camorra e ndrangheta con tutte le devastanti conseguenze di una collusione del genere.
L’Italia si trova da diverso tempo in un impasse da cui sembra non riuscire ad uscire. L’unica base solida e forte che può garantire il rialzarsi dell’Italia è una politica sana e non corrotta o collusa in grado di imprimere, fianco a fianco con i manager pubblici, l’accelerazione di cui il sistema paese necessita.

In questo, nextPA è in prima linea, ora e sempre, per garantire all’Italia una Pubblica Amministrazione sempre migliore, e con essa un migliore futuro per tutto il paese.