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Lasci casa solo quando è la casa a scacciarti

di Silvia Profeti.

Ognuno di noi, si sa, ha particolari interessi a cui si dedica nel tempo libero o per distrarsi dalla quotidianità. Uno dei miei, per esempio, è cercare l’origine delle parole.

E così ieri, mentre riflettevo chiedendomi come si fosse arrivati a negare il desiderio di voler essere cittadini europei, a rifiutarsi di far parte di una comunità, mi sono ritrovata a curiosare sul sito della Treccani, per scoprire le radici anche di questa parola. 

Comunità.

Secondo l’Enciclopedia comunità è una parola di origine latina e deriva da communis, ovvero “che compie il suo incarico (munus) insieme con (cum) altri”. Un incarico che ieri una parte della popolazione britannica ha scelto di negare, con un atto che ha “urlato” al mondo quanto oggi la nostra Unione sia debole.

Eppure, e questo probabilmente è il lato “positivo” della vicenda, non è stata la Generazione Erasmus a farlo. No, fosse stato per i nostri coetanei oggi la Gran Bretagna sarebbe ancora uno dei 28, ops scusate 27, membri dell’Unione Europea e non staremmo qui a discutere dei futuri possibili scenari.

Nel concreto, quindi, cosa ci aspetta?

Dal punto di vista politico, l’incertezza è totale, sia per la rassegnazione delle dimissioni del presidente Cameron, del quale ancora non si conosce il successore, sia per l’impatto a cascata che questo risultato avrà sugli altri Paesi in cui i movimenti anti-europei sono in crescita. Le elezioni spagnole di oggi (26 giugno, ndr), per esempio, saranno un terno al lotto, nella speranza che questo terno non lo vinca Podemos.

Da un punto di vista economico, invece, Bloomberg cita tre possibili scenari per la Gran Bretagna:

  • rimanere all’interno dell’area economica europea con il c.d. “modello norvegese”, mantenendo l’accesso al mercato unico e il diritto alla libera circolazione delle persone, senza però avere più alcuna voce in capitolo;
  • negoziare una proposta di libera circolazione dei beni e dei servizi con l’Unione, evitando singole trattative tariffarie con tutti i Paesi Membri;
  • continuare a commerciare con i Paesi dell’Unione seguendo le regole tariffarie previste dalla WTO, evitando così lunghi periodi di negoziati.

La prima ipotesi corrisponde indubbiamente al miglior scenario, ma riduce i poteri decisionali in capo alla Gran Bretagna; sebbene, dunque, da questa soluzione ne uscirebbero quasi tutti “vincitori”, con impatti economici su investimenti diretti esteri ed occupazione contenuti, mi chiedo se sarà questa la strada che verrà intrapresa. Se così fosse, tanto valeva restare nell’Unione.

La terza ipotesi, invece, corrisponde al peggior scenario: come uno studio di PwC rileva, sebbene tale soluzione garantisca alla Gran Bretagna maggiori poteri decisionali e l’interruzione dei versamenti all’Unione Europea, le ripercussioni economiche potrebbero essere notevoli, con una perdita consistente di capitale umano immigrato.

Arriviamo dunque al punto di vista socio-culturale, sul quale è necessario investire da subito, senza esitazioni. Bisogna ripartire dai giovani, danneggiati da una scelta fatta da altri, e dalle periferie, investendo per ridurre le disuguaglianze economiche e sociali che hanno condotto la campagna a sostenere il “LEAVE”. La soluzione, in entrambi i casi, risiede nella comunità.

Con questo appello mi rivolgo a tutti i ragazzi della Generazione Erasmus, ai miei coeateni, invitandoli ad alzare la voce e rimboccarsi le maniche per evitare che il sogno europeo cada in mille pezzi, uno dopo l’altro, ad effetto domino. Associatevi, entrate a far parte di una comunità, impegnatevi per una causa a supporto del vostro territorio, che sia locale, nazionale o europeo, e scegliete l’Unione all’isolamento.

Solo in questo modo cominceremo a vivere in una nuova Europa, che non si identifica più solamente con le istituzioni che oggi sentiamo lontane. Europa è cittadinanza europea, quella cittadinanza di cui molti vanno in cerca senza ancora potervi avere accesso e che noi non dovremmo rifiutare.

Saggiamente uno di loro una volta ha scritto che “Lasci casa solo quando è la casa a scacciarti”.

 

Silvia Profeti è una delle fondatrici di nextPA. Laureata nel corso di laurea di Economia delle Amministrazioni Pubbliche e Istituzioni Internazionali, ha ricoperto la carica di segretario generale fino al 2015 ed è ora consulente presso PricewaterhouseCoopers.

Riproduzione riservata © nextPA. Image courtesy: REUTERS, Andrew Yates.

Giovani lavoro occupazione

Giovani, lavoro e territorio: come metterli a fattor comune?

di Federica Bandera e Silvia Profeti.

Ormai da mesi non passa giorno senza sentir parlare di (dis)occupazione giovanile, alla TV, alla radio, al bar o sul treno. Che si comparino i dati degli ultimi due, sei, dodici mesi, che si discuta di quali sono i nuovi lavori dell’epoca 2.0, notiamo però che una dimensione manca spesso nel dibattito pubblico sull’occupazione: la dimensione geografica.

Quali sono le prospettive fornite oggi ai nostri coetanei e ai giovani liceali? Il focus è sempre sull’estero, sull’internazionalizzazione. Il problema è che molte giovani menti partono per cercare un impiego all’estero, con condizioni contrattuali più attrattive di quelle offerte nel nostro Paese, e poi non tornano più. Eppure, come ci è capitato di leggere qualche giorno fa in un articolo, si può anche partire per imparare e ritornare ad arricchire il tessuto sociale ed economico locale. In poche parole, sembra che la partenza sia per noi giovani uno step imprescindibile ai fini di una crescita personale e professionale: cosa succede allora a chi non può permetterselo? Questa secondo noi è una domanda che in molti dovrebbero farsi, da Nord a Sud: la dimensione locale e le periferie sono oggi sempre più trascurati, a discapito di coloro che rimangono nel proprio territorio di origine.

Questo è il principale motivo che otto mesi e cinque riunioni fa ci ha spinte, insieme ad altri sei associati, a partecipare al nostro primo bando pubblico in collaborazione con il Comune di Tradate ed altri attori del mondo pubblico e privato. Il tema? Politiche giovanili, a livello provinciale.

La rete si è proposta di disegnare una serie di iniziative ed attività che dessero a tutti un’opportunità, che fosse all’estero o sul territorio, accademica o professionale. Il minimo comun denominatore delle iniziative? Far incontrare domanda e offerta di lavoro nella provincia di Varese, supportando i giovani nello sviluppo di competenze tecniche e relazionali, rispendibili sul mondo del lavoro. Il Varesotto ben si presta a questo progetto, avendo energia e spirito imprenditoriale da vendere: solo nel 2014, per esempio, nei 5 Comuni coinvolti nella rete sono state avviate ben 729 imprese da giovani tra i 19 e i 30 anni.

Lo scorso Aprile è quindi iniziato un percorso che ci ha permesso d’interagire con funzionari pubblici ed imprenditori locali, toccando con mano la realtà che pochi mesi prima avevamo studiato sui libri. Le impressioni derivanti dai primi approcci sono così riassumibili: troppi documenti e processi decisionali lenti, ma tanta forza di volontà e determinazione nel portare a termine un progetto che cambiasse la percezione dei giovani verso la Pubblica Amministrazione locale e portasse un risultato concreto in termini di risorse per attuare nuove politiche pubbliche.

Il percorso che ha portato alla redazione del progetto finale è stato lungo e complesso per diversi motivi tra cui la numerosità degli attori coinvolti e la loro eterogeneità, ognuno con un diverso approccio di lavoro e punto di vista. Difficoltosa, quindi, è stata la produzione di documenti che fossero condivisi con tutti e da tutti: le motivazioni a supporto delle tesi proposte erano spesso differenti e non sempre empiricamente validate. La ricerca di dati quantitativi e prove empiriche quali testimonianze, infatti, è stata un nodo focale della discussione. Ex-post riteniamo che questo sia stato uno dei punti che hanno maggiormente contribuito al successo ottenuto. A rallentare il processo, però, non è stata solo questa ricerca ma anche lo scarso numero d’incontri e confronti, dovuti alla distanza geografica degli attori: per mantenere i contatti niente Skype, videoconferenze o piattaforme di condivisione dei documenti, solo scambio di e-mail. Il mondo pubblico ha bisogno di nuovi strumenti per l’interazione tra amministrazioni e con la società civile.

Da questa esperienza abbiamo imparato che ci sono ancora molti aspetti che la PA italiana può migliorare, tra cui una migliore suddivisione dei compiti e maggiore attenzione ai dati utilizzati per l’analisi di un problema, ma anche che ci sono Dirigenti con la D maiuscola e con la giusta determinazione per raggiungere gli obiettivi. Abbiamo apprezzato molto, infatti, che il nostro team fosse coinvolto per dei pareri sui contenuti dell’analisi dei bisogni e delle soluzioni proposte: non è esistita alcuna barriera intergenerazionale. La voglia di interagire con i giovani e di mettersi a loro disposizione per aiutarli a crearsi delle opportunità ci ha mostrato che esiste davvero un’istituzione “pubblica” che agisce per soddisfare i bisogni latenti della società.

Il racconto della nostra esperienza è un regalo che vi abbiamo voluto fare nella speranza che facciate vostro questo messaggio: in Italia esiste una Pubblica Amministrazione che sa mettere a fattor comune giovani e territorio, lavora per e con la società civile ed è guidata da persone di valore, che cercano ogni giorno di portare un cambiamento concreto.

La mancanza di una barriera tra mondo pubblico e privato e la collaborazione intergenerazionale sono quindi stati gli elementi che hanno portato alla vincita del bando e delle risorse finanziarie necessarie per l’attivazione delle iniziative presentate.

E come ha detto la cara Mariella, dirigente capofila del progetto, “auguri a tutti per un 2016 ricco di prospettive interessanti”!

 

Federica Bandera – @ffedericabander

Silvia Profeti – @Silvia_Profeti

Riproduzione riservata © nextPA

Punti di vista: il lato della politica

di Valerio Langé.

Scrivo un articolo sulla Pubblica Amministrazione. E fin qui, tutto bene. Il punto è… chi sono io per farlo? Voglio raccontarvi qualcosa sulla PA da un punto di vista inusuale, quello del politico. Quindi in un certo senso un utente della PA, ma che sta all’inizio della catena, mentre il cittadino si colloca all’estremità finale della filiera burocratico-amministrativa.

Per farla breve, sono stato eletto consigliere comunale in un Comune di circa 9000 abitanti sulla sponda lombarda del lago Maggiore; sono il membro più giovane del Consiglio Comunale e ho ricevuto dal sindaco la delega alle Comunicazioni Istituzionali. Trascorro in municipio circa due giorni a settimana. Che faccio in municipio? Raccolgo informazioni sulle varie vicende che attraversano gli Uffici, preparo le bozze di un periodico mensile che abbiamo lanciato da qualche mese, discuto con il sindaco nuovi modi per coinvolgere la cittadinanza e dò le disposizioni affinché gli Uffici competenti li attuino. Per esempio, ieri ho stabilito, assieme all’ufficio Affari Generali, i passi da fare per migliorare il sito web del Comune e coordinare i canali di comunicazione con i cittadini.

In queste righe cercherò di rappresentare alcune delle situazioni in cui spesso mi trovo, per trarne poi qualche lezione.

La macchina amministrativa del Comune conta circa trenta persone, tutte maggiori di trent’anni, a cui posso dare del lei senza imbarazzi anagrafici e che mi chiedono di potermi dare del tu perché “hai l’età di mio figlio”. Alla fine ci diamo del tu, ma quando mi presentano a qualcuno torno a essere all’improvviso il consigliere Langè. Sono anche il dottor Langè, in qualche mail. Il clima è professionale, ma cordiale. Diventa informale dopo un’oretta di permanenza nello stesso ufficio e allora ci si scambia qualche battuta.

Questo è il primo punto: mai troppa confidenza, perché non siamo al bar. Ma se la confidenza aiuta a capirsi meglio e più rapidamente, ben venga. Correttezza, sempre.

L’esperienza che il personale ha accumulato aiuta a implementare scelte innovative. E le idee innovative, l’energia per proporle e sostenerle è più facile vengano dai giovani. C’è una complementarietà che a me sembra felice e provvidenziale. Senza l’esperienza e la sensibilità che ha il personale amministrativo, io rischierei di fare grandi pasticci, o impiegherei secoli a risolvere problemi stupidi. D’altra parte, alla politica viene chiesta chiarezza nelle scelte: spesso il personale amministrativo si è trovato a dover decidere al posto dei politici. Con gli uffici parliamo del “come”, ma il “cosa” deve già essere chiaro. Solo in via eccezionale e con gli impiegati con cui sono più in sintonia, mi permetto di chiedere pareri sul “cosa”.

E questo è il secondo punto: la PA si occupa dei mezzi, la politica stabilisce i fini. Ma ogni tanto, con prudenza, possiamo fare eccezione. Ma con chiarezza.

Ultimamente c’è molta sfiducia nei politici di professione; dove si è tentato di sostituirli con dei “semplici cittadini”, forse la situazione si è addirittura aggravata. Io sono fortunato, perché nel personale amministrativo trovo collaboratori leali. Mi rendo conto che avrebbero tutti gli strumenti per ostacolare, rimandare o almeno scoraggiare le scelte politiche che proponiamo, ma questo non avviene. Ci sono aspettative molto alte in capo alla nuova Amministrazione, ma anche molta voglia di aiutare a cambiare passo, a svoltare. Nel mio settore, mi rendo conto che gli uffici a cui mi rivolgo cercano di facilitarmi in ogni modo. L’età aiuta: chi direbbe di no a un bambino che vuole giocare? Questo clima favorevole aiuta molto l’elaborazione di nuovi approcci e soluzioni, anche a problemi irrisolti da tempo.

Eccoci al terzo punto: la leale collaborazione.

Nelle tre “vignette” che ho tentato di disegnare c’è un tema ricorrente che è il vantaggio legato alla mia giovane età (giovane rispetto all’età media del personale amministrativo). Una caratteristica che condivido con molti dei lettori, immagino.

In Skyfall, c’è uno scambio di battute tra James Bond, il vecchio, e Q, il giovincello; Q dice “l’età non è una garanzia di efficienza” “E la giovinezza non è garanzia di innovazione”.

In questo periodo di rottamatori e rottamati è bene chiedersi cosa conti davvero, se l’età o che altro. Io dico che Q e 007 hanno ragione, ma aggiungo una terza battuta: “però aiuta”. Certamente la cosa pubblica ha bisogno di persone valide che se ne occupino. Non necessariamente giovani. Però aiuta.

E solo mettendo assieme nuove idee ed esperienza in un contesto di correttezza, chiarezza e leale collaborazione si ottiene un’innovazione utile al bene comune.

 

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L’avvenire è dei digitali di professione

di Silvia Profeti.

Giornate di fuoco giù a Roma per la riforma della scuola. Sembra che l’iter incominciato lo scorso settembre con l’apertura della consultazione pubblica sugli obiettivi de “La Buona Scuola” sia prossimo alla conclusione. Un iter durato quasi un anno.
D’altronde non si poteva richiedere meno tempo per decidere come investire sul capitale umano di questo Paese. E’ da qui che l’Italia riparte. Come investire sui giovani dunque? Diversificare il portafoglio di competenze e modificare l’attitudine nei confronti del mondo del lavoro, sin dalla scuola secondaria, possono esser buoni punti di partenza. Tradotto negli obiettivi del rapporto sulla “Buona Scuola”: alfabetizzazione digitale e alternanza scuola-lavoro.

Quando si parla di alfabetizzazione digitale, ci si riferisce tipicamente al “coding”, ovvero alle competenze di programmazione utili ai futuri imprenditori, affinché sappiano sia interfacciarsi con gli strumenti digitali, sia comprenderne il funzionamento per sfruttarne a pieno il potenziale per il proprio business. Non a caso i nuovi programmi inseriti nel National Curriculum inglese sono dedicati proprio a computing e coding. L’Italia deve ispirarsi a questi “buoni esempi”, anche per recuperare un gap recentemente evidenziato dalla Commissione Europea con la pubblicazione del DESI (Digital Economy and Society Index): considerando che la sola dimensione “Human Capital”, ci posizioniamo 24esimi su 28 Stati Membri. Il lavoro da fare è tanto, ma il Governo è partito con il giusto approccio. Come scritto nel Ddl presentato alla Camera, il Piano Nazionale Scuola Digitale deve essere rivisto: “L’aggiornamento del Piano deve permettere un passaggio da una visione di digitalizzazione intesa come infrastrutturazione, a una di Education in a digital era, […] incentrata sull’innovazione didattica e le competenze chiave.” Fino ad oggi, infatti, con i programmi cl@asse 2.0 e scuol@ 2.0 si era investito molto sulla dotazione di strumenti digitali per le scuole, rimandando la definizione dei curriculum degli studenti. Questo è l’obiettivo su cui ora si concentreranno tutte le energie: è necessario che i Millennials sfruttino queste dotazioni per trasformare dinamiche di apprendimento passivo in occasioni di “peer learning”, sviluppando anche la capacità di lavorare in gruppo.

Parallelamente all’alfabetizzazione digitale, quindi, si riconosce l’importanza di una maggior attenzione all’aspetto professionalizzante delle competenze fornite dalla scuola: è per questo motivo che è stato proposto un sistema educativo ispirato al modello duale tedesco. Un recente report dell’OCSE ha dimostrato come tradizionalmente gli studenti italiani siano tra quelli che più studiano al mondo, trascorrendo troppe ore sui libri e poche nel mondo “reale”. Un freno al potenziale imprenditoriale delle menti italiane. A questo proposito nel Ddl è stato proposto di inserire nei percorsi di studi, rispettivamente per studenti di licei o istituti tecnici, 200 o 400 ore di attività presso aziende o enti pubblici. A testimonianza dell’importanza assegnata al progetto di alternanza scuola-lavoro, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) ha disposto l’erogazione di fondi fino a 100 milioni di euro per garantire assistenza tecnica e monitoraggio della sua attuazione. Pochi giorni fa tal erogazione ha ottenuto il sì del Camera, con l’approvazione dell’art. 4 del Ddl.

Uno tra i tanti numeri che descrivono i successi precedenti la votazione finale di domani. Ai 100 milioni di fondi per l’alternanza scuola-lavoro, si sommano 90 milioni per l’implementazione del nuovo Piano Nazionale Scuola Digitale (art. 7). Altro articolo approvato? L’art. 3, sul curriculum scolastico personalizzato: nel biennio delle scuole secondarie di secondo grado saranno resi disponibili insegnamenti opzionali agli studenti, organizzati da singole o reti di scuole, sfruttando così l’autonomia loro data dal Governo. Ultimo ma non ultimo, approvato anche l’art. 9, che attribuisce ai presidi il potere di chiamata diretta dei docenti per incarichi triennali rinnovabili nei propri istituti.
 Notevolmente modificato rispetto alla struttura originaria, l’art. 9 mantiene il suo cuore: saranno valorizzati curriculum, esperienze e competenze professionali precedenti dei professori.

Queste le perle che a me hanno colpito di più. Non sono le uniche però. Lascio a voi soddisfare la vostra curiosità sulle altre, nella speranza di avervi spiegato con un punto di vista un po’ teorico, un po’ ingenuo e tanto ottimista cosa si trova dietro le parole di un disegno di legge che parla di noi.