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Filippo Grandi

Filippo Grandi: Alto Commissario UNHCR

di Irene Altino.

Il 2015 è stato un anno caratterizzato da imponenti flussi migratori: è stato l’anno della più grande emergenza profughi dopo la seconda guerra mondiale. L’inizio del 2016 conferma questo infelice trend, con 141.930 arrivi solo via mare in Europa e già 416 morti/dispersi (dati Agenzia UNHCR).

Non è un momento storico facile, come lui stesso ha dichiarato dopo l’elezione, quello in cui si inserisce Filippo Grandi, nuovo segretario UNHCR, eletto il 15 Novembre 2015 dall’Assemblea Generale dell’ONU, ed entrato in carica il 1 Gennaio 2016. L’Alto Commissario è stato preferito ad altri nomi di rilievo internazionale come quello dell’ex ministro degli esteri danese Helle Thorning-Schmidt.

Grandi, 58 anni, di Milano, è un diplomatico laureato in filosofia, da trent’anni impegnato nella cooperazione internazionale e da ventisette funzionario presso le Nazioni Unite. La sua carriera comincia nel 1984: dopo la laurea all’Università Statale e il servizio civile con “Amnesty International”, l’attuale Alto Commissario è partito volontario con il “Catholic Relief Service” per aiutare i profughi cambogiani nella Thailandia nord-orientale. Successivamente, dal 1988 al 2004, ha intrapreso la sua carriera con l’agenzia ONU per i rifugiati; una carriera svoltasi sia nel quartier generale di Ginevra come capo di gabinetto degli Alti Commissari Ruud Lubbers e Sadako Ogata, sia sul campo in Paesi come il Sudan, l’Iraq e in Afghanistan, dove è stato capo missione per quattro anni, e nella regione dei Grandi Laghi in Africa Centrale.

La sua carriera nelle Nazioni Unite è progredita quasi esclusivamente all’interno dell’Agenzia per i rifugiati, di conseguenza il suo accesso alla carica più alta è sembrato un processo piuttosto naturale, considerata anche l’elezione per acclamazione dell’Assemblea, che esprime un accordo incondizionato. La nomina di Filippo Grandi è stata accolta positivamente anche dalla politica nazionale, da esponenti di tutti i fronti partitici. Il primo ministro Matteo Renzi ha affermato: “Grandi a capo UNHCR è orgoglio e responsabilità per l’Italia”, a cui hanno fatto eco le dichiarazioni di Laura Boldrini, Federica Mogherini, Roberto Maroni e Paolo Gentiloni, tra gli altri politici che gli hanno voluto esprimere il loro augurio.

Tuttavia, nonostante l’ampio consenso raggiunto da Grandi si prospettano momenti di tensione tra l’Alto Commissario e le istituzioni italiane ed europee. Infatti, tra le sue prime dichiarazioni Filippo Grandi sottolinea le mancanze dell’Europa nella gestione dell’emergenza rifugiati e il seguente l’allontanamento dal piano originario di accoglienza di Settembre 2015.

È certamente prematuro fare previsioni o dare una valutazione sull’operato di Filippo Grandi come Alto Commissario per l’UNHCR, ma è auspicabile che la sua posizione di rilievo incoraggi e promuova un rinnovato slancio verso una maggiore coesione europea, necessaria per l’implementazione di un progetto comune sull’accoglienza migranti. È infine auspicabile che il ruolo di Grandi diventi un simbolo anche per l’Italia stessa, considerato il ruolo chiave che il nostro paese ha nella gestione dei flussi migratori via mare. Una figura come quella di Grandi potrebbe quindi essere adatta a stimolare la proattività, l’impegno e l’accoglienza in tutti i livelli delle istituzioni politiche (e non) e della società civile.

 

Irene Altino, laureata in Economia, è attualmente iscritta alla laurea specialistica “Government and International Organizations” presso l’Università Bocconi. E’ associata in nextPA dal 2015.

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Bibliografia

Emergenza immigrati

di Antonio Pepe.

L’Italia sta fronteggiando un’ emergenza senza precedenti in tema immigrazione: gli sbarchi in Italia sono praticamente quadruplicati tra il 2013 e il 2014, facendo collassare i centri di prima accoglienza per i richiedenti asilo. La scelta di alcune regioni di bloccare i flussi provenienti dal sud non aiuta e crea numerosi problemi al Governo, che a Bruxelles cerca di far comprendere come il problema non sia solo italiano, ma europeo. Purtroppo con esiti molto deludenti, dato il rifiuto di alcuni stati membri di sospendere il trattato di Dublino e di permettere il libero passaggio alle frontiere.

Fatte queste considerazioni, l’intento di questo articolo è di fare chiarezza in merito alla gestione degli immigrati sul territorio italiano, evidenziandone i relativi problemi sulla base di dati.

Innanzitutto è necessario capire come funziona il meccanismo di accoglienza in Italia. Il sistema di accoglienza italiano è basato sullo SPRAR, il Sistema di Protezione per i Richiedenti Asilo e Rifugiati. Creato con legge statale del 2002, lo SPRAR è costituito dalla rete degli enti locali che realizzano progetti di prima accoglienza assieme alle realtà del terzo settore presenti sul territorio. Il coordinamento e il monitoraggio dello SPRAR è stato delegato all’ANCI, Associazione Nazionale Comuni Italiani.

Ad oggi allo SPRAR partecipano circa 382 enti locali (345 comuni, 30 province e 7 unioni di Comuni), che ottengono i fondi per i progetti, partecipando ai bandi indetti dal Ministero degli Interni. Sono i contribuenti a pagare per questi progetti? No, i progetti vengono finanziati dai 2 fondi europei della programmazione 2014-2020, ovvero il Fondo asilo migrazione e integrazione (FAMI) e dal Fondo per la sicurezza interna (FSI).

I profughi sbarcati sulle coste italiane vengono considerati immigrati irregolari, in quanto non aventi un passaporto ed un visto che gli permetta di soggiornare nel nostro Paese.

In virtù di ciò, vengono portati nei centri di primo soccorso e di prima accoglienza (CPSA): in questi centri ricevono le prime cure, vengono identificati, potendo così richiedere la protezione internazionale. In Italia ci sono 4 CPSA: uno è a Lampedusa; un altro si trova a Elmas (provincia di Cagliari); ed infine i centri di Pozzallo (provincia di Ragusa) e di Lecce-Otranto.

Una volta identificati ed in attesa dell’esame di domande di asilo da parte di una commissione territoriale ad hoc, gli immigrati vengono trasferiti nei CARA, i Centri di Accoglienza dei Richiedenti Asilo: ad oggi ce ne sono 14, la maggior parte dei quali situati in Sicilia (6) e Puglia (4).

Tuttavia se gli immigrati non hanno i requisiti per poter chiedere la protezione internazionale finiscono nei CIE, Centri di Identificazione ed Espulsione. Secondo la legge n.129/2011, lo stato italiano si riserva di trattenere per un massimo di 18 mesi queste persone per la verifica delle procedure di identificazione e di rimpatrio/espulsione. I CIE sono 5 e si trovano a Bari, Torino, Caltanissetta, Trapani e Roma.

Accanto a queste strutture, di cui si fa menzione sul sito del Ministero degli Interni, si sono sviluppate 1657 strutture temporanee diffuse in maniera omogenea in tutte le regioni italiane: sebbene presenti nei dati del Viminale, si può immaginare come queste strutture siano soprattutto spazi pubblici inutilizzati messi a disposizione da enti locali e gestiti da volontari di associazioni umanitarie.

Dai dati del Viminale (slide 8) si evince che i richiedenti asilo presenti al 15 marzo 2015 su tutto il territorio nazionale sono ben 67.128. Di questi ben il 55% sono ospitati nelle strutture temporanee offerte dalle regioni, ben 14% tra CARA e CPSA e il 31% nei posti offerti dallo SPRAR. La regione più affollata si conferma essere la Sicilia, ospitante il 21% del totale, la seconda è il Lazio, con il 13%; la Puglia si colloca al terzo posto assieme alla Lombardia con il 9% per entrambe. Tutte le altre hanno una porzione pari solo a meno del 7%.

Tirando le fila, a quali conclusioni si arriva? In Italia si è creato un sistema di governance troppo complesso e scarsamente coordinato da attori politici e tecnici, con scarso controllo e monitoraggio delle azioni intraprese da ciascun territorio per fronteggiare l’emergenza immigrazione: senza ricadere nelle generalizzazioni, lo scandalo delle cooperative emerso durante le indagini su Mafia Capitale ne è il primo esempio.