Articoli

L’avvenire è dei digitali di professione

di Silvia Profeti.

Giornate di fuoco giù a Roma per la riforma della scuola. Sembra che l’iter incominciato lo scorso settembre con l’apertura della consultazione pubblica sugli obiettivi de “La Buona Scuola” sia prossimo alla conclusione. Un iter durato quasi un anno.
D’altronde non si poteva richiedere meno tempo per decidere come investire sul capitale umano di questo Paese. E’ da qui che l’Italia riparte. Come investire sui giovani dunque? Diversificare il portafoglio di competenze e modificare l’attitudine nei confronti del mondo del lavoro, sin dalla scuola secondaria, possono esser buoni punti di partenza. Tradotto negli obiettivi del rapporto sulla “Buona Scuola”: alfabetizzazione digitale e alternanza scuola-lavoro.

Quando si parla di alfabetizzazione digitale, ci si riferisce tipicamente al “coding”, ovvero alle competenze di programmazione utili ai futuri imprenditori, affinché sappiano sia interfacciarsi con gli strumenti digitali, sia comprenderne il funzionamento per sfruttarne a pieno il potenziale per il proprio business. Non a caso i nuovi programmi inseriti nel National Curriculum inglese sono dedicati proprio a computing e coding. L’Italia deve ispirarsi a questi “buoni esempi”, anche per recuperare un gap recentemente evidenziato dalla Commissione Europea con la pubblicazione del DESI (Digital Economy and Society Index): considerando che la sola dimensione “Human Capital”, ci posizioniamo 24esimi su 28 Stati Membri. Il lavoro da fare è tanto, ma il Governo è partito con il giusto approccio. Come scritto nel Ddl presentato alla Camera, il Piano Nazionale Scuola Digitale deve essere rivisto: “L’aggiornamento del Piano deve permettere un passaggio da una visione di digitalizzazione intesa come infrastrutturazione, a una di Education in a digital era, […] incentrata sull’innovazione didattica e le competenze chiave.” Fino ad oggi, infatti, con i programmi cl@asse 2.0 e scuol@ 2.0 si era investito molto sulla dotazione di strumenti digitali per le scuole, rimandando la definizione dei curriculum degli studenti. Questo è l’obiettivo su cui ora si concentreranno tutte le energie: è necessario che i Millennials sfruttino queste dotazioni per trasformare dinamiche di apprendimento passivo in occasioni di “peer learning”, sviluppando anche la capacità di lavorare in gruppo.

Parallelamente all’alfabetizzazione digitale, quindi, si riconosce l’importanza di una maggior attenzione all’aspetto professionalizzante delle competenze fornite dalla scuola: è per questo motivo che è stato proposto un sistema educativo ispirato al modello duale tedesco. Un recente report dell’OCSE ha dimostrato come tradizionalmente gli studenti italiani siano tra quelli che più studiano al mondo, trascorrendo troppe ore sui libri e poche nel mondo “reale”. Un freno al potenziale imprenditoriale delle menti italiane. A questo proposito nel Ddl è stato proposto di inserire nei percorsi di studi, rispettivamente per studenti di licei o istituti tecnici, 200 o 400 ore di attività presso aziende o enti pubblici. A testimonianza dell’importanza assegnata al progetto di alternanza scuola-lavoro, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) ha disposto l’erogazione di fondi fino a 100 milioni di euro per garantire assistenza tecnica e monitoraggio della sua attuazione. Pochi giorni fa tal erogazione ha ottenuto il sì del Camera, con l’approvazione dell’art. 4 del Ddl.

Uno tra i tanti numeri che descrivono i successi precedenti la votazione finale di domani. Ai 100 milioni di fondi per l’alternanza scuola-lavoro, si sommano 90 milioni per l’implementazione del nuovo Piano Nazionale Scuola Digitale (art. 7). Altro articolo approvato? L’art. 3, sul curriculum scolastico personalizzato: nel biennio delle scuole secondarie di secondo grado saranno resi disponibili insegnamenti opzionali agli studenti, organizzati da singole o reti di scuole, sfruttando così l’autonomia loro data dal Governo. Ultimo ma non ultimo, approvato anche l’art. 9, che attribuisce ai presidi il potere di chiamata diretta dei docenti per incarichi triennali rinnovabili nei propri istituti.
 Notevolmente modificato rispetto alla struttura originaria, l’art. 9 mantiene il suo cuore: saranno valorizzati curriculum, esperienze e competenze professionali precedenti dei professori.

Queste le perle che a me hanno colpito di più. Non sono le uniche però. Lascio a voi soddisfare la vostra curiosità sulle altre, nella speranza di avervi spiegato con un punto di vista un po’ teorico, un po’ ingenuo e tanto ottimista cosa si trova dietro le parole di un disegno di legge che parla di noi.

la buona scuola riforma educazione scolastica

La buona scuola