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Le proposte di legge abbandonate: un prezzo da pagare per l’instabilità politica

di Federica Bandera.

Quasi tutto tace a Roma in questi giorni di pausa natalizia. Il Parlamento tornerà a riunirsi nella seconda settimana di gennaio: il 9 la Camera ed il 10 il Senato.

Ma la politica, si sa, non dorme mai. E anche quando tutto sembra tranquillo, dietro la calma facciata si nascondono frenetiche attività di incontri, riunioni e preparazione dei prossimi critici mesi per i partiti italiani e non solo.

Se, quindi, i lavori prettamente istituzionali sono fermi, lo stesso non si può dire della spasmodica attività dei politici, che fra dichiarazioni sui social e dichiarazioni alla stampa rimarcano la propria posizione sulle questioni più rilevanti: modifiche alla legge elettorale e prossime elezioni.

I partiti maggioritari, PD e M5S, con differenti opzioni, chiedono con estremo vigore che si arrivi velocemente al voto. Lo stesso Orfini, presidente del Partito Democratico, ha affermato ieri in un’intervista al Corriere della Sera che “Gentiloni ha detto che il suo è un governo di servizio al Paese, ma una volta completato il percorso è giusto restituire la parola ai cittadini”, auspicando che si riesca a modificare la legge elettorale con un ampio appoggio politico, cercando di uniformare i due diversi sistemi vigenti per le Camere, ed andando alle urne entro giugno 2017. Di parere contrario il Presidente Mattarella, che, neanche troppo velatamente, cerca di riportare tutti sul binario del termine naturale della legislatura.

Ciò che è chiaro agli occhi di tutti è che, in qualsiasi caso si proceda, l’instabilità che caratterizza il nostro sistema politico ormai dall’inizio della campagna elettorale per il referendum del 4 dicembre – per parlare solo dei mesi più recenti ovviamente – ha avuto, e continua ad avere, numerose conseguenze.

Come avevo già scritto sul disegno di legge sulla concorrenza (qui), in mancanza di volontà politica ed in presenza di un sistema di bicameralismo perfetto, è molto semplice che le proposte ed i disegni di legge si perdano nei meandri dei lavori delle Commissioni e del passaggio fra le Camere. Questo è ancor più vero quando uno Stato si trova, come nel nostro caso, in un costante vortice di incertezza e cambiamento e, soprattutto, quando è proprio il partito di maggioranza, che ha promosso numerosi di questi disegni di legge durante la sua azione di Governo, a pretendere che si vada al voto il prima possibile.

L’associazione Openpolis ha pubblicato un’analisi delle proposte di legge che rimarranno sospese qualora la legislatura finisse prima, cosa che potrebbe facilmente accadere anche se la legislatura completasse il suo corso. L’attuale Governo Gentiloni, infatti, non avrebbe una forza politica e rappresentativa della volontà degli elettori tale da poter portare avanti alcune delle più insidiose battaglie intraprese dal Governo Renzi.

Secondo Openpolis i disegni sospesi sono ben 74, di cui 22 fermi alla Camera e 52 al Senato. Fra questi ve ne sono numerosi riguardanti i diritti civili e alcune misure di welfare: il ddl sul reddito di inclusione, l’introduzione dello ius soli, l’introduzione del delitto di tortura, la nuova normativa sul divorzio breve, il provvedimento sull’attribuzione del cognome ai figli. Inoltre sono bloccati da mesi anche il ddl sull’omofobia, sepolto nelle commissioni dagli emendamenti della Lega Nord, ed il ddl sul reato di tortura, sospeso a luglio poco prima del voto finale al Senato.

Da cittadini, forse, dovremmo chiederci se è sempre giusto che, in nome della continua ricerca di una (fuggevole) stabilità politica, si abbandonino, ogni volta, progetti, proposte e disegni di legge e di politiche pubbliche positivi per la società. A maggior ragione se essi riguardano i nostri diritti civili, che dovrebbero rappresentare obiettivi condivisi da tutte le forze politiche.

La risposta più immediata che potremmo darci è: “That’s politics baby”; ma siamo pronti, da cittadini, a farcela bastare?

 

Federica Bandera, laureata in Economia e Management delle Amministrazioni Pubbliche e Internazionali presso l’Università Bocconi, è una delle fondatrici di nextPA, di cui è stata la prima Presidente dal 2013 al 2015.

Pubblicato anche su Gli Stati Generali.

Construction costs of a third runway in Heathrow are allegedly set to £16,5bn.

Why Heathrow’s third runway is far beyond reality

by Matteo Negro.

St. Paul’s Cathedral spires high from the upper side of Thames, as if it was struggling for a deep breath away from the worldly problems of busy bankers in the City. A major threat is shading its dome, coming directly from Chris Grayling’s words, the UK’s transport minister. Theresa May’s government officially backs the construction of a third runway at Heathrow, further splitting the already upset public opinion after Brexit referendum.

Famously known as the busiest airport in UK and fifth in the world by passengers per year, Heathrow airport hosts approximately one sixth of all UK aircraft movements with an average of 1,293 flights daily. At a short distance from Dubai’s airport, the London hub has the second highest flights per runway ratio in 2015, justifying air controllers’ three years intensive training before actually managing traffic.

The first proposal for the construction of a third runway at Heathrow was dated 2003 and was signed Alistair Darling, the Labour transport secretary at that time. The comprehensive paper covered all aspects concerning air transportation in UK, including demand, limitations of growth and key issues in major airports. Since then, politicians exploited the third runway in almost every political debate over London’s strategy as a globalized city. Chris Grayling defined this as the “truly momentous” step that would “boost connections with the rest of the world”.

Politics aside, Heathrow’s expansion is far from becoming a reality soon. A host of financial, logistic, legal and planning barriers stand in the way.

Despite the fact that building a third runway is tremendously costly, approximately £16.5bn, it is still unclear who will pay for it. Construction costs are likely to be transferred to airliners, inevitably signing the raise on ticket fares for customers and furthermore reducing demand after Brexit. If put into practice, the construction of the third runway could increase the demand for other European hub-and-spoke airports focused on the same clientele, such as Paris-Charles De Gaulle, Frankfurt or Amsterdam Schipol (connecting local flights with long-haul flights). Precisely what May’s government is trying to avoid.

The rising European challenge to Heathrow - Financial Times courtesy

The rising European challenge to Heathrow – Financial Times courtesy

Real estate is another major concern for both British government and Heathrow airport management. In case of a final ‘go’, Harmondsworth village – including its mid 11th century St Mary’s Church – has to be bought and razed with a net loss for the airport of £250m, spokeswoman said. Furthermore, house prices in the surroundings are likely to decline, contributing to the general slowdown of London house prices from Brexit referendum.

Surrounding population is understandably protesting against the increase of noise deriving from a potential third runway. Government promptly stated out three solutions. First, incentives to airliners to use noise-reduction planes. Second, a six-and-a-half hours’ ban will be implemented on scheduled night flights. Last, a sum of £700m will be paid to householders for noise insulation.

Government is on a far trickier ground when it comes to environmental concerns. Government has been warned more than once from UK’s highest court to take immediate action to cut nitrogen dioxide emissions (NO2), and reassurances from airport management to increase number of electric cars within the airport aprons do not impress ‘no’ campaigners.

So far, hints suggest that May’s approval for the third runway is just a signal stating ‘UK is still open for business’, making a fuss for public opinion. It looks like St Paul Cathedral’s view of the sky is safe. At least for the next few years.

Matteo Negro, graduate in Business Administration and Management from Bocconi University, is now enrolled in the Master of Science in Management at Bocconi. His interests range from infrastructures, transport management and private-public partnerships.

Video courtesy, The Guardian. Graph courtesy, Financial Times.

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