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Dio salvi gli archivi. Dai terremoti e dalle riforme

di Marianna Fatti.

Intervista a Mario Squadroni, soprintendente archivistico e bibliografico dell’Umbria e delle Marche.

PERUGIA, 17 agosto 2017 – La prima cosa che si fa, dopo una catastrofe naturale, diciamo un terremoto, è cercare di recuperare il presente. Le persone, le case, le strade, beni di prima necessità, la vita come era un secondo prima di quel tragico spartiacque. Ma appena cessa l’immediata urgenza del presente, ogni comunità sente l’istinto di dover salvare anche il suo passato. Solo facendo in modo che la memoria non venga distrutta si può veramente dire che anche il presente c’è ancora. E i luoghi deputati a custodire la memoria di ogni comunità sono i loro archivi.

Mario Squadroni, classe 1952, conosce gli archivi dell’Umbria e delle Marche come le sue tasche: ha lavorato presso la Soprintendenza archivistica per l’Umbria dal 1978, è stato docente di Archivistica dal 1993 al 2005, dal 1988 è Soprintendente archivistico per l’Umbria, e dal 2015 soprintendente archivistico e bibliografico per Umbria e Marche.

Dottor Squadroni, gli archivi sono beni culturali ai sensi dell’art. 10 commi 2 e 3 del Codice dei Beni Culturali (d.lgs. 42/2004). Nella sua visione, che genere di bene culturale è un archivio?

Molti pensano che siano beni culturali solo i dipinti, i manufatti, i musei e i siti archeologici. L’archivio è un bene culturale molto importante perché rappresenta la memoria dell’ente o delle persone che lo hanno prodotto. Ha una caratteristica che lo contraddistingue da tanti altri beni culturali: nasce spontaneamente, giorno per giorno, per fini pratici. Questi documenti, che nascono con un valore amministrativo, con il passare del tempo ne acquistano un altro molto più importante: diventano fonti per la ricerca storica.

In un’epoca in cui i motori di ricerca mettono a disposizione migliaia di informazioni in pochi decimi di secondo, che fruizione si fa degli archivi? Chi sono gli utenti?

In genere l’archivio è suddivisibile in tre fasi di vita: corrente, di deposito e  storico. Quest’ultimo è la parte messa a disposizione per la consultazione da parte degli studiosi per fini storici. Sono per lo più professori universitari, tesisti o storici locali. Perché è auspicabile consultare gli archivi? Perché negli archivi in genere troviamo notizie inedite. Mentre tutto ciò che è nel web è in un certo senso già noto, la novità è assoluta per chi fa una ricerca archivistica. Fare una ricerca d’archivio vuol dire scrivere cose che gli altri non hanno scritto. Per esempio, consultando Archivi di stato, ma anche pubblici, privati e ecclesiastici, i tesisti possono evitare tesi puramente compilative e scrivere cose nuove ed inedite.

Qual è l’attività della Soprintendenza Archivistica e Bibliografica?

La Soprintendenza archivistica ha come scopo istituzionale la tutela di tutti gli archivi tranne quelli prodotti dallo Stato. Quindi gli archivi soggetti a tutela sono quelli degli enti pubblici (comuni, regioni, province), ecclesiastici (diocesi, parrocchie, monasteri ecc.) privati (famiglie, persone, banche, imprese, opere pie, ecc). Per gli archivi privati la Soprintendenza esercita quest’azione di tutela attraverso un atto amministrativo: una “Dichiarazione di notevole interesse storico”. Quando una archivio è vincolato da questo atto, è sottoposto ad una serie di obblighi e divieti. Il primo obbligo è quello della conservazione del bene. L’archivio inoltre deve essere riordinato e reso disponibile per la consultazione. Si consideri che la Soprintendenza tutela documenti risalenti all’anno mille, ciò significa che già da allora, ma in realtà dall’epoca romana, esisteva un sistema di archivi pubblici e di leggi che ne regolavano la conservazione e la consultazione. Un’operazione fondamentale per esercitare la tutela è anche quella dell’ispezione degli archivi da parte dei funzionari della Soprintendenza.

Nel 2016, a seguito della riforma del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo del ministro Dario Franceschini, è stato attribuito alla Soprintendenza archivistica un altro settore di competenza: la Soprintendenza bibliografica. Prima le biblioteche erano soggette alla tutela da parte delle Regioni, ed è stato un provvedimento “a sorpresa”.

La riforma, il d.p.c.m. 171/2014, ha inoltre accorpato la Soprintendenza di Umbria e Marche. Che impatto ha avuto questa riorganizzazione sull’attività della Soprintendenza?

Posso dire che questa riforma ha nel complesso danneggiato i beni archivistici. L’accorpamento delle Soprintendenze di Umbria e Marche, per esempio, ha creato non pochi problemi perché ora il soprintendente si ritrova a dover gestire due regioni. Inoltre, come ho spiegato, ha attribuito alla Soprintendenza anche la tutela delle biblioteche, settore per il quale non avevamo le adeguate competenze e nel quale dobbiamo ancora crescere molto. Attualmente solo una funzionaria se ne occupa. La riforma ha favorito esclusivamente i musei. Se ne sente parlare con grande enfasi. Ma dato che la riforma era a “costo zero”, per creare nuovi posti dirigenziali per questi istituti, con i famosi concorsi internazionali, si è dovuto tagliare in altri settori del patrimonio culturale, come ad esempio negli archivi e nelle biblioteche. Il risultato è che i dirigenti per gli archivi sono sempre di meno, mentre le competenze e le responsabilità sono sempre di più. Oltre all’Umbria e alle Marche, sono state accorpate anche altre regioni. Fortunatamente, il personale è molto motivato e competente, e porta avanti la sempre maggiore mole di lavoro con ulteriori sacrifici. Ma si consideri inoltre che ora, oltre all’attività ordinaria, si è aggiunta quella straordinaria di recupero del patrimonio documentario (archivi e biblioteche) nelle zone terremotate.

Quindi come giudica nel complesso la riforma del Ministro Franceschini?

Non dico che la riforma sia stata completamente sbagliata. Quello che è stato fatto per musei, siti archeologici e poli museali è importante per attrarre turismo, ma di pari passo si dovevano emanare direttive per valorizzare archivi e biblioteche. Quindi secondo me è più che altro una riforma incompleta. Gli archivi e le biblioteche del resto sono frequentati molto meno dei musei e dei siti archeologici, ecco la differenza. Per frequentare un museo non è necessaria una grande preparazione culturale, mentre gli archivi non sono luoghi da visitare ma da studiare. Non generano entrate, ed è pertanto evidente che questa riforma, che tende anche a “monetizzare” il nostro patrimonio artistico-culturale, non solo ha ignorato, ma addirittura danneggiato il preesistente sistema archivistico e bibliografico.

Fino a pochi anni fa in Umbria esistevano 3 dirigenti (direttore Archivio di stato di Perugia, direttore dell’Archivio di stato di Terni e il soprintendente), attualmente ne esiste solo uno. Anzi, in realtà nessuno, perché l’attuale sede della Soprintendenza, l’unica dirigenziale, è ad Ancona. L’organizzazione periferica del Ministero prevede le Soprintendenze, che svolgono attività di tutela, e gli Archivi di Stato che svolgono attività di conservazione. Anche gli Archivio di Stato erano sedi dirigenziali. Nel periodo migliore fra Umbria e Marche c’erano sette dirigenti.  Attualmente, anche a seguito dell’ultima riforma, ci sono solo io.

Tutti i miei funzionari, peraltro, sono avanti con l’età, i più giovani hanno quasi sessant’anni. È stato indetto un concorso per assumere cinquecento nuovi funzionari, ma è una goccia nel mare perché il ministero è gravemente a corto di personale. Questo problema è particolarmente acuito nelle Marche: io andrò in pensione il primo ottobre, così come la mia vice, e a quel punto nella regione non ci sarà più nessun archivista.

Il problema è che si punta esclusivamente al turismo e alla monetizzazione di solo una parte del patrimonio, e biblioteche e archivi sono sempre le cenerentole dei beni culturali.

Quali sarebbero dunque misure urgenti per migliorare la situazione di archivi e biblioteche?

Prima di tutto bisognerebbe evitare accorpamenti di istituti distanti fra loro, e ripristinare le figure dirigenziali almeno in tutti gli Archivi di Stato nei capoluogo di regione. Inoltre, è fondamentale l’assunzione di giovani. La situazione è drammatica, è necessario un ricambio generazionale. La scarsità di personale inficia l’attività di tutela, perché non si possono effettuare ispezioni. Il terzo intervento dovrebbe riguardare l’incremento dei finanziamenti per tutela e vigilanza. Abbiamo scarsissimi finanziamenti per le attività più importanti, cioè le missioni e gli interventi diretti sugli archivi. Fondamentali sono anche le operazioni di restauro, e ogni anno la cifra destinata a quest’attività diminuisce. È paradossale che i contributi vengano incrementati solo in occasione di eventi calamitosi. Abbiamo maggiori risorse per l’attività straordinaria che ordinaria.

A proposito di eventi calamitosi, i terremoti dell’agosto e ottobre scorso hanno arrecato particolari danni a piccoli comuni e frazioni, come Arquata del Tronto (AP) o Norcia (PG). Qual è l’importanza particolare degli archivi per questi centri?

Come ho già detto, gli archivi rappresentano la memoria storica dell’ente che ha prodotto le carte. Nei territori colpiti dal sisma, tra gli enti più importanti segnalo i Comuni fondati spesso nel Medioevo, e pertanto uei loro archivi sono estremamente ricchi e importanti. A Norcia per esempio si conservano carte dell’anno mille. Se l’archivio andasse perduto, pagine e pagine di storia verrebbero cancellate, le persone perderebbero le loro radici e non avrebbero alcuna possibilità di ricostruire il loro passato. La preoccupazione di queste piccole comunità è quello di essere spoliati non solo dei beni culturali storico-artistici, ma anche archivistici e bibliotecari.

In realtà, in molti casi sono proprio questi eventi calamitosi che permettono ai detentori di questo ricco patrimonio di rendersi conto a pieno dell’importanza di quello che possiedono, quando i funzionari della Soprintendenza rischiano addirittura la vita per salvarlo. Ad Arquata del Tronto, dopo la scossa del 24 agosto 2016, l’archivista della città, ha recuperato con una catena umana di volontari i registri dei nati, dei matrimoni e dei deceduti, per assicurarsi che il passato non venisse distrutto. Ma ahimè la scossa del 30 ottobre è stata quella che ha determinato più danni. Tuttavia, anche se quelli degli archivi sono fra i “salvataggi” meno pubblicizzati, sono stati recuperati in luoghi adatti quasi tutti, con dispersioni minime. Ci si propone di restituire tutti gli archivi messi in sicurezza non appena le condizioni lo consentiranno, anche perché la popolazione, con comitati spontanei, richiede continuamente indietro i beni archivistici e bibliografici.

Nel frattempo, in Umbria abbiamo creato un centro di raccolta presso l’Archivio di Stato di Spoleto, che si è fatto carico di ospitare una grosso quantitativo di documentazione archivistica che adesso deve essere riordinato e riposizionato dai funzionari. Ma i tempi saranno indubbiamente lunghi, e gestire questo patrimonio comporta un notevole onere aggiuntivo per Spoleto. I documenti lì raccolti sono perlopiù provenienti da Norcia e Preci. Si parla di chilometri e chilometri di scaffalature. Lo stesso abbiamo fatto per le Marche. Il centro di raccolta principale è stato individuato presso l’Archivio di Stato di Ancona.

Come possono questi beni culturali promuovere questi centri e contrastarne l’abbandono?

Innanzitutto ogni ente dovrebbe dotarsi di un archivista professionista, o far gestire il proprio patrimonio da cooperative specializzate nel settore. Questi operatori tuttavia dovrebbero essere intesi anche come animatori culturali. Devono cioè riuscire a valorizzare il patrimonio archivistico con attività come conferenze, presentazioni di libri, e soprattutto mostre. Quelle che abbiamo organizzato noi come Soprintendenza hanno riscosso un grande successo. Se questo serva direttamente ad evitare lo spopolamento dei centri minori non lo so, ma è certo che la consapevolezza di avere un tale patrimonio rafforza il senso di comunità. L’obiettivo primario dovrebbe essere quello di renderlo fruibile ed interessante per tutti.

Io desidero smentire il fatto che negli archivi ci siano solo polvere e cartacce, o luoghi “di reclusione” per dipendenti poco produttivi. Negli archivi ci sono manoscritti bellissimi: codici miniati, pergamene, mappe, catasti acquarellati, diari. Alcuni pezzi archivistici sono importanti anche dal punto di vista storico artistico, non solo documentale. Negli archivi, insomma, ci sono veri e propri tesori.

Il dottor Alessandro Bianchi, presente all’intervista, è responsabile per le attività di tutela e vigilanza degli archivi della Valnerina e delle province di Macerata e Ascoli Piceno, nonché per la digitalizzazione dei documenti. È lui a mostrarmi alcuni di questi tesori. Oltre a preziosi catasti provenienti dall’archivio storico di Norcia risalenti al XVII secolo, attualmente in studio per una mostra, ci sono numerosi documenti relativi ad un altro terremoto occorso a Norcia nel 1979. Lettere dei cittadini, fotografie, censimenti degli sfollati, ma soprattutto piani di gestione dell’emergenza e piani di recupero. <<Oggi ci troviamo nella stessa situazione di allora >> spiega il dott. Bianchi. << È come con un malato, chi lo cura ha bisogno della sua cartella clinica completa. Ma nonostante gli eventi sismici si ripresentino spesso in quella zona, nessuno si è presentato per consultare questi piani, né quelli relativi al terremoto del 1979 né del 1997. Si ricominciano i progetti sempre da capo, spendendo ulteriori risorse di tempo e denaro pubblico. Ho personalmente suggerito alle amministrazioni della città di riconsultare i piani di recupero relativi addirittura al terremoto del 1859. Noi archivisti possiamo aiutare le comunità in situazioni di emergenza come queste anche perché custodiamo la memoria di situazioni simili, e di quanto è stato fatto per reagire.>>

 

Marianna Fatti, iscritta al secondo anno del Master of Science in Government and International Organisations presso l’Università Bocconi, è membro di nextPA da settembre 2016.

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Image credits: Alessandro Bianchi

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E’ stato il bicameralismo paritario a fermare la legge sulla concorrenza?

di Federica Bandera.

Maggiore velocità ed efficienza del procedimento legislativo attraverso l’eliminazione del bicameralismo perfetto: questo era uno dei cavalli di battaglia del fronte del SÌ al referendum. Eppure il SÌ si è guadagnato la fiducia soltanto del 41% degli italiani.

Al netto quindi dei dati e delle analisi, certamente corrette, che si leggono fin da domenica sera in merito alle preferenze di voto suddivise per cluster di popolazione (giovani/non giovani, alta/bassa istruzione, nord/sud …) e che puntano tutte a spiegare la vittoria del NO come successo del voto di protesta e malcontento generalizzato contro la politica e contro il governo come centro del sistema politico, la domanda meno ovvia da porsi forse è la seguente: chi nel fronte del NO non ha votato di pancia, come suggerito da alcune parti politiche, ma ha votato di testa, guardando al merito della riforma, perché l’ha bocciata?

È una domanda che ha senso porsi, perché, se è certamente vero che il fronte del NO è stato politicamente egemonizzato e rappresentato dal volto di Grillo e Salvini e dalle loro piattaforme politiche, è anche vero che a votare NO sono state molte personalità della nostra vita politica e sociale e milioni di cittadini che non hanno votato e non voteranno mai né per la Lega né per il M5S e che hanno criticato la riforma proprio nei suoi aspetti di merito e il premier per il modo troppo spregiudicato con cui ha cercato di raccogliere consenso su di essa.

La risposta a questo “perché” è: proprio la riforma non ha convinto ed è la sua “promessa” a non essere apparsa persuasiva. E se non ha convinto, gran parte della responsabilità è nella scarsa forza di quello che sembrava il principale argomento dei suoi sostenitori, cioè l’eliminazione del bicameralismo perfetto come fattore di maggiore efficienza istituzionale e responsabilità politica.

Sia chiaro: è vero, come ha documentato il fronte del SÌ, che in Europa prevalgono regimi monocamerali, in quelli bicamerali l’elettività della seconda Camera riguarda una minoranza di Paesi e l’uguaglianza dei poteri tra Camera e Senato rappresenta praticamente un unicum italiano. Quel che non è apparso vero anche a chi ha votato in modo più consapevole e meno di pancia è che fosse questa anomalia istituzionale la causa principale dell’anomalia politica italiana, della lentezza del processo legislativo e dell’incapacità dei partiti di decidere in modo tempestivo e responsabile sui temi di governo.

Dato che gli italiani sarebbero per la maggior parte inclini alla riduzione del numero dei politici, possiamo ben capire come dietro alla scelta di schierarsi dalla parte opposta – chi ha votato NO ha implicitamente scelto di mantenere il numero attuale di rappresentanti in Parlamento – debba esserci una motivazione ancor più forte del malcontento verso la classe politica e i suoi privilegi. E, cercando ancora di darci una spiegazione per questa scelta, si può ipotizzare che i contrari alla riforma non vedano l’ostacolo all’efficienza del procedimento legislativo nel bicameralismo perfetto, bensì nella mancanza di una forte volontà politica di chi ci governa. E questa spiegazione non manca di riscontri e di prove nella nostra vita istituzionale. Facciamo alcuni esempi concreti.

Il ddl sulla legge annuale sulla concorrenza (che dovrebbe essere approvata, appunto, annualmente, ed è stata invece annualmente non-approvata, dalla data della sua istituzione nel 2009 – art. 47, l. 23 luglio 2009, n. 99) è ormai “spiaggiato” da più di un anno al Senato. Presentato il 3 aprile del 2015 dall’allora Ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi, il disegno di legge è stato approvato, con modifiche, dalla Camera dei Deputati a ottobre 2015 e trasmesso al Senato. Dopo più di due mesi di audizioni informali e quasi un anno di trattazione in Commissione Industria, il disegno di legge si è arenato in aula al Senato dall’agosto 2016.

La lista infinita di audizioni effettuate e le continue proroghe dei termini per gli emendamenti ed i subemendamenti in Commissione dimostrano come il testo di legge sia stato oggetto di numerose pressioni e veti, come è normale che sia data la sua importanza. La volontà della maggioranza, che sostanzialmente decide la programmazione dei lavori in Parlamento, è stata chiara fin dall’arrivo del provvedimento in aula al Senato: congelarlo fino all’esito del referendum a causa di numerose questioni politicamente troppo spinose da affrontare in un momento così delicato di campagna elettorale.

E questo è soltanto un esempio di provvedimenti che, ad un certo punto del loro iter, sembrano finire su un binario morto. Se ne potrebbero fare anche a “camere invertite”: il disegno di legge sull’eleggibilità e incompatibilità dei magistrati rispetto a cariche politiche, approvato al Senato a marzo del 2014, è arenato da allora presso la Commissione giustizia della Camera. Ad averlo fermato non sono state le complicazioni burocratiche della “navetta”, ma ragioni del tutto politiche (i rapporti con la magistratura associata, la fine del Patto del Nazareno, ecc. ecc.).

Insomma: la lentezza del procedimento legislativo, le trappole e le strade senza uscita in cui finiscono molte leggi sono davvero solo un prodotto del bicameralismo, o non sono anche un prodotto della debolezza della politica, dalla sua inclinazione a finire catturata nel sistema dei veti incrociati? Utilizzando un termine molto in auge in questi tempi, possiamo risponderci così: non sarà forse un… “combinato disposto” fra i due?

 

Federica Bandera, laureata in Economia e Management delle Amministrazioni Pubbliche e Internazionali presso l’Università Bocconi, è una delle fondatrici di nextPA, di cui è stata la prima Presidente dal 2013 al 2015.

Pubblicato anche su Stradeonline.it

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La PA che vogliamo: riforme e cambiamenti obbligati

di Melissa Giorgio.

Dal 22 al 26 Febbraio si è svolta la “Bocconi for Government week” (#B4Gov); la settimana è stata inaugurata dal Convegno Annuale OCAP – Osservatorio sul Cambiamento della PA, SDABocconi – dal titolo “La PA che vogliamo, persone e riforme: la passione di servire il pubblico”. Il numeroso pubblico presente  è stato accolto dal magnifico rettore Andrea Sironi e dal dean della SDA Bocconi Bruno Busacca. Dopo i  brevi interventi di benvenuto, è intervenuta in collegamento video da Roma, il Ministro per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione Marianna Madia.

Il suo intervento è stato breve, ma mirato. Ha parlato di crescita e del tema centrale dell’attuale riforma della PA, il cui obiettivo è di essere un grande cambiamento, un primo passo per un’amministrazione pubblica del futuro. Agli occhi del ministro Madia, è chiaro che per una vera trasformazione sia necessario uno sforzo collettivo: i mutamenti più importanti nascono dal basso e non è solo la burocrazia del settore pubblico a doversi adeguare alle nuove norme. In questa direzione è anzitutto, fondamentale proseguire il lavoro iniziato con la legge di stabilità per quanto concerne il tema del recruitment e della selezione del personale: esso dev’essere una risposta al bisogno effettivo di nuove leve negli enti pubblici. Inoltre, sempre a proposito di risorse umane, il ministro ritiene vitale un ripensamento del ruolo della dirigenza: occorre inserire persone idonee agli incarichi agendo su tre fronti, ovvero ottimizzando i tempi d’azione, seguendo un criterio meritocratico e sostenendo l’autonomia dell’amministrazione dalla politica. L’intervento di Madia è terminato con una riflessione sul rapporto tra pubblica amministrazione e cittadini, sostenendo che questa riforma ha il dovere di cancellare la visione diffusa  della PA come  un elefantiaco ostacolo. L’obiettivo prefissato dalla riforma è dimostrare che la Pubblica Amministrazione è in grado di semplificare la vita del cittadino: per questo competitività, equità, umanità e attrattività per gli investitori sono le chiavi d’azione.

In seguito è intervenuto il professor Nicola Bellè, coordinatore dell’OCAP, il quale ha reso pubblici i risultati degli studi sulla Public Service Motivation (PSM), un tema sempre più centrale all’interno della ricerca accademica  connessa al settore pubblico. Secondo gli studi presentati, i fattori demotivanti per chi lavora nel pubblico, quali gli obiettivi poco chiari e instabili, i vincoli burocratici e il legame debole tra contributi e ricompense (o performance e sanzioni) possono essere superati attraverso una chiave d’azione: la passione per il settore pubblico. Esistono due tipi di profili motivazionali tra i lavoratori pubblici: il giver e il taker. Il primo tende ad avere un alto rendimento: il valore aggiunto creato è maggiore rispetto al costo personale speso per il lavoro; al contrario il secondo si impegna solo quando  ottiene più di quanto paga personalmente. Incrociare i modelli di servizio pubblico con i profili motivazionali dei lavoratori permette di ottimizzare i risultati del settore pubblico. L’intervento di Bellè ha stimolato varie riflessioni che possono essere riassunti nei seguenti temi: innanzitutto è stata rilevata l’evidente opportunità di integrare le ricerche sulla PSM e sui profili motivazionali nelle politiche di recruitment; in secondo luogo, la PA dovrebbe rinnovare i livelli retributivi per diventare più attraente per i lavoratori più qualificati.

I primi interventi della mattinata hanno tracciato le linee guida che hanno poi influenzato la seguente tavola rotonda. Il professor Giovanni Valotti, direttore dell’OCAP, ha moderato la discussione con gli altri  partecipanti tra cui Franco Bassanini dell’ASTRID, il professor Elio Borgonovi, Raffaele Cattaneo, consigliere regionale della Lombardia, Massimo Cioffi dell’INPS, Daniele Dotto della Commissione Europea, Antonio Samaritani dell’AgID, Roberto Scanagatti di ANCI Lombardia e Catia Tomasetti dell’Acea.

I temi affrontati si possono  dividere in tre macro-aree.

In primis si è discusso di tagli agli sprechi e delle criticità incontrate nella riforma della PA. I primi ostacoli alla modernizzazione del sistema pubblico italiano sono la cultura degli organi di controllo e l’”unpredictability” del sistema di giustizia che diventano un grande disincentivo agli investimenti nel nostro Paese. L’inefficienza è un freno alla crescita e la mancanza di quest’ultima, unita ad un’insufficiente cooperazione a livello europeo, diventa fonte di alti costi per la pubblica amministrazione. I relatori si sono quindi domandati quale ruolo potrà giocare  la riforma Madia in questo contesto di criticità. Purtroppo non è possibile ancora offrire una risposta definita. Solo attraverso l’”execution” della riforma  si può verificarne la validità.  Le grandi riforme si misurano con l’attuazione: l’unico modo per comprendere cosa funziona e cosa invece necessita modifiche. È importante però ricordare che tutte le riforme hanno un costo, il quale spesso è la chiave del loro successo: si crea in questo modo un trade-off tra il prezzo del cambiamento e la previsione della sua effettiva attuazione.

Il secondo argomento è stato la digitalizzazione della PA. Il digitale è al centro della riforma Madia ed è percepito come obiettivo chiave nell’attuazione della stessa. I relatori hanno parlato della necessità di portare elementi di “rottamazione” anche nell’amministrazione pubblica. Tagliare chi non è efficiente e inserire nel sistema giovani dirigenti nativi-digitali: l’obiettivo è di creare gradualmente degli “organismi nativi-digitali”. È stata condivisa l’idea, tra gli ospiti dell’evento, del bisogno di investire nella modernizzazione del sistema:  impegnare risorse nel pre-pensionamento dell’alta dirigenza per poi svolgere attività di recruitment mirate ai giovani manager potrebbe essere un passo nella giusta direzione.

L’ultimo punto affrontato ha rivelato l’importanza del coinvolgimento delle persone, dei cittadini, nel cambiamento del settore pubblico italiano.

Sembra necessaria una profonda riflessione sulla diffusione della “cultura del pubblico” tra le giovani generazioni. Non basta una riforma per risolvere tutte le criticità legate alla PA, bisogna cambiare la cultura dei cittadini. Sfide importanti, come quella della riforma Madia, implicano alti rischi e  richiedono coraggio. La PA, però, non cambia semplicemente con l’intervento di alcuni “eroi”, piuttosto con uno sforzo condiviso da istituzioni e cittadini. La dirigenza pubblica deve dettare le linee guida, ma è dal basso che deve arrivare la spinta decisiva: è per questo che l’idea di un settore pubblico sostenibile, flessibile ed efficiente deve diventare credibile nelle menti dei più giovani. Il sogno di una PA competitiva e che crea servizi sulla base delle necessità dei suoi cittadini dovrà divenire realtà negli anni a seguire. Per ottenere questi ambiziosi risultati, citando il professor Borgonovi durante la tavola rotonda, <<Dobbiamo camminare tutti insieme>>.

 

Melissa Giorgio,  laureata in Economia, frequenta il corso di laurea specialistica in Bocconi “Government and International Organizations”. E’ associata nextPA da settembre 2015.

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La PA in rivoluzione

di Lorenza Marchi.

Molti forse si chiedono quali potrebbero essere i cambiamenti futuri per la Pubblica Amministrazione italiana. Nonostante non sia ancora presente un testo definitivo in Senato è stato approvato il Disegno di Legge 1557 sulla Riorganizzazione della Pubblica Amministrazione.

Questo testo si prefigge di sintetizzare e spiegare in un linguaggio meno “legislativo” i cambiamenti più rilevanti e più interessanti, dal punto di vista del cittadino, sia di un futuro manager pubblico.

In primis le semplificazioni amministrative. Che cosa avverrà in concreto? Uno sviluppo dell’ “amministrazione digitale”, quindi un maggior ampliamento dei portali online delle pubbliche amministrazioni, sia per una facilitazione del cittadino, che potrà usufruire dei servizi anche senza recarsi al luogo fisico, sia per velocizzare le procedure interne, ma anche per una maggiore trasparenza dei dati che potranno essere riutilizzati.

Per un futuro manager pubblico i provvedimenti più rilevanti sono racchiusi nel capo 3 sull’organizzazione e il 4 sul personale dirigenziale. Prima di tutto il ddl parla di diminuzione degli uffici e del personale dirigenziale destinati ad attività strumentali, con un corrispettivo rafforzamento di quegli uffici che erogano prestazioni a cittadini ed imprese.

La parte saliente della bozza di Riforma è quella riguardante la riforma della pubblica dirigenza (di Stato, Regioni ed Enti Locali), in merito a diversi aspetti:

  • Ruolo unico: a livello statale non esisterà più la distinzione tra dirigenti di prima e seconda fascia, così come anche a livello regionale e locale. In questo modo si cercherà anche di omogeneizzare i salari;
  • Saranno abolite le figure dei segretari comunali e provinciali;
  • L’accesso alla dirigenza tramite corso-concorso e concorso prevedrà la definizione di requisiti di selezione omogenei, che potranno essere comparabili alle best practices internazionali, garantendo come requisito minimo di accesso la laurea magistrale (la percentuale di persone con titolo post-laurea presso la Dirigenza dei Ministeri nel 2012 era del 9% e non è mai salita sopra l’11%). Questi concorsi avranno cadenza annuale e non presumeranno graduatorie d’idonei;
  • Si prevede una formazione continua della dirigenza, con definizione di obblighi formativi annuali;
  • Si amplierà la mobilità tra differenti ruoli, tra diverse amministrazioni ed anche tra settore pubblico e privato. Infatti un dato aggiornato al 2012 riporta una mobilità verso altre amministrazioni del 4% e da altre amministrazioni del 9% nel caso della Dirigenza di Ministeri e Presidenza del Consiglio;
  • Gli incarichi saranno conferiti tramite concorso pubblico, dureranno quattro anni, potranno essere rinnovati previa partecipazione ad un altro concorso pubblico o senza procedura selettiva per altri due anni, solo una volta;
  • I dirigenti saranno valutati e da questo dipenderà il conferimento di successivi incarichi. Infatti il curriculm vitae, il profilo professionale e i risultati delle valutazioni saranno raccolti in una banca dati online;
  • Verrà riordinata la disciplina sulla responsabilità dirigenziale, fino ad oggi molto stringente e che talvolta mette il dirigente nelle condizioni di non rischiare certe azioni per le conseguenze “legali”.
  • In riferimento ai direttori generale, amministrativo e sanitario di aziende ed enti del SSN: il DG verrà selezionato, previo avviso pubblico, da una commissione nazionale che certificherà i requisiti formativi, professionali ed esperienziali. Questo sarà poi inserito in un elenco nazionale d’idonei (aggiornato ogni due anni), da cui le Regioni e le Province potranno attingere per conferire gli incarichi. Stessa procedura per i DA e i DS, la cui commissione di selezione sarà però regionale. Essi saranno nominati dal diretto generale che attingerà dalla lista.

Ora dobbiamo solo vedere se tutto questo sarà messo in atto e se subirà nuove variazioni. La legge è molto più vasta di quanto riportato, ma ho pensato che questi potessero essere i punti più interessanti ed innovativi. Questi provvedimenti garantirebbero un miglioramento della qualità media della dirigenza, una sua maggiore internazionalizzazione e si può sperare che nei prossimi anni si verifichi un ricambio di almeno la metà dell’attuale vertice di Ministeri, Regioni ed Enti Locali.

La maggiore digitalizzazione inizializzerà la nascita di una pubblica amministrazione user friendly, con la quale potrai ottenere informazioni in merito ad un servizio stando comodamente sul tuo divano. Fino a 10 anni fa probabilmente tutto ciò era utopia, oggi forse, per la prima volta, l’Italia cambia.

L’avvenire è dei digitali di professione

di Silvia Profeti.

Giornate di fuoco giù a Roma per la riforma della scuola. Sembra che l’iter incominciato lo scorso settembre con l’apertura della consultazione pubblica sugli obiettivi de “La Buona Scuola” sia prossimo alla conclusione. Un iter durato quasi un anno.
D’altronde non si poteva richiedere meno tempo per decidere come investire sul capitale umano di questo Paese. E’ da qui che l’Italia riparte. Come investire sui giovani dunque? Diversificare il portafoglio di competenze e modificare l’attitudine nei confronti del mondo del lavoro, sin dalla scuola secondaria, possono esser buoni punti di partenza. Tradotto negli obiettivi del rapporto sulla “Buona Scuola”: alfabetizzazione digitale e alternanza scuola-lavoro.

Quando si parla di alfabetizzazione digitale, ci si riferisce tipicamente al “coding”, ovvero alle competenze di programmazione utili ai futuri imprenditori, affinché sappiano sia interfacciarsi con gli strumenti digitali, sia comprenderne il funzionamento per sfruttarne a pieno il potenziale per il proprio business. Non a caso i nuovi programmi inseriti nel National Curriculum inglese sono dedicati proprio a computing e coding. L’Italia deve ispirarsi a questi “buoni esempi”, anche per recuperare un gap recentemente evidenziato dalla Commissione Europea con la pubblicazione del DESI (Digital Economy and Society Index): considerando che la sola dimensione “Human Capital”, ci posizioniamo 24esimi su 28 Stati Membri. Il lavoro da fare è tanto, ma il Governo è partito con il giusto approccio. Come scritto nel Ddl presentato alla Camera, il Piano Nazionale Scuola Digitale deve essere rivisto: “L’aggiornamento del Piano deve permettere un passaggio da una visione di digitalizzazione intesa come infrastrutturazione, a una di Education in a digital era, […] incentrata sull’innovazione didattica e le competenze chiave.” Fino ad oggi, infatti, con i programmi cl@asse 2.0 e scuol@ 2.0 si era investito molto sulla dotazione di strumenti digitali per le scuole, rimandando la definizione dei curriculum degli studenti. Questo è l’obiettivo su cui ora si concentreranno tutte le energie: è necessario che i Millennials sfruttino queste dotazioni per trasformare dinamiche di apprendimento passivo in occasioni di “peer learning”, sviluppando anche la capacità di lavorare in gruppo.

Parallelamente all’alfabetizzazione digitale, quindi, si riconosce l’importanza di una maggior attenzione all’aspetto professionalizzante delle competenze fornite dalla scuola: è per questo motivo che è stato proposto un sistema educativo ispirato al modello duale tedesco. Un recente report dell’OCSE ha dimostrato come tradizionalmente gli studenti italiani siano tra quelli che più studiano al mondo, trascorrendo troppe ore sui libri e poche nel mondo “reale”. Un freno al potenziale imprenditoriale delle menti italiane. A questo proposito nel Ddl è stato proposto di inserire nei percorsi di studi, rispettivamente per studenti di licei o istituti tecnici, 200 o 400 ore di attività presso aziende o enti pubblici. A testimonianza dell’importanza assegnata al progetto di alternanza scuola-lavoro, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) ha disposto l’erogazione di fondi fino a 100 milioni di euro per garantire assistenza tecnica e monitoraggio della sua attuazione. Pochi giorni fa tal erogazione ha ottenuto il sì del Camera, con l’approvazione dell’art. 4 del Ddl.

Uno tra i tanti numeri che descrivono i successi precedenti la votazione finale di domani. Ai 100 milioni di fondi per l’alternanza scuola-lavoro, si sommano 90 milioni per l’implementazione del nuovo Piano Nazionale Scuola Digitale (art. 7). Altro articolo approvato? L’art. 3, sul curriculum scolastico personalizzato: nel biennio delle scuole secondarie di secondo grado saranno resi disponibili insegnamenti opzionali agli studenti, organizzati da singole o reti di scuole, sfruttando così l’autonomia loro data dal Governo. Ultimo ma non ultimo, approvato anche l’art. 9, che attribuisce ai presidi il potere di chiamata diretta dei docenti per incarichi triennali rinnovabili nei propri istituti.
 Notevolmente modificato rispetto alla struttura originaria, l’art. 9 mantiene il suo cuore: saranno valorizzati curriculum, esperienze e competenze professionali precedenti dei professori.

Queste le perle che a me hanno colpito di più. Non sono le uniche però. Lascio a voi soddisfare la vostra curiosità sulle altre, nella speranza di avervi spiegato con un punto di vista un po’ teorico, un po’ ingenuo e tanto ottimista cosa si trova dietro le parole di un disegno di legge che parla di noi.