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La scommessa delle smart cities

di Matteo Matassini.

Quella che si stanno giocando le smart cities, ovvero le ‘città intelligenti, è una vera e propria sfida, sia sul piano tecnologico che sociologico. Il prototipo di città del ventunesimo secolo non deve limitarsi a fornire i tradizionali servizi ai cittadini, bensì ampliarne l’accessibilità e sviluppare nuove e più efficienti piattaforme di utilizzo. Porsi obiettivi sfidanti, quali riduzione delle emissioni di CO2 e strutturazione di servizi di mobilità intelligente, non è più una  velleità di qualche sindaco troppo lungimirante.

I dati sull’andamento demografico futuro parlano chiaro, evidenziando un aumento della popolazione che vive in aree urbanizzate rispetto a quelle rurali (toccando il 70 per cento entro il 2050). Non si possono, dunque, ignorare i problemi che questa massiccia urbanizzazione comporterà, in primis per l’impatto ambientale e per la qualità dei servizi ai cittadini.

Efficienza e vivibilità

Per poter strutturare un potente rinnovo del sistema urbano occorre comprendere a fondo il concetto di smart city. Sebbene non esista una definizione univoca, il professor Rudolf Griffinger è riuscito ad estrapolare I principali ambiti di sviluppo per una smart city: economy, people, living, governance, mobility ed environment. Gli interventi su ogni singola area tematica richiederebbero un ingente impegno finanziario; gli obiettivi comuni, invece, riguardano il perseguimento dell’efficienza e del miglioramento della vivibilità urbana.

Questi due temi sono molto sensibili per le varie amministrazioni locali, che cercano di attirare nuovi cittadini per trasferirsi nelle loro municipalità. Inseriti in un meccanismo di competizione, le varie città cercano di offrire ai potenziali residenti ‘pacchetti’ di servizi o incentivi più o meno attraenti, a seconda delle fasce di età, reddito e al tipo di occupazione.

Le città più vivibili al nord e al centro, il sud arranca ma ci prova

L’indice che misura le smart cities italiane (smart rating) nel 2015 ha messo in luce le varie performance nei suddetti sei ambiti, oltre una considerazione sulla situazione della legalità. Al primo posto si trova Milano, seguita da Bologna e Firenze. Fuori dal podio Venezia, Modena e Padova. La prima città del sud che appare, scorrendo la lista, è Cagliari (60° posizione); chiudono Agrigento, Vibo Valentia e Crotone (rispettivamente 104°,105° e106°). Si ripete, quindi, il noto divario tra nord e sud, sebbene si registrino sforzi apprezzabili da parte di alcuni comuni meridionali per quanto concerne la smart mobility.

Il sito www.italiansmartcity.it riporta lo stato di evoluzione dei vari progetti avviati, evidenziando un consistente numero di proposte e piani di mobilità alternativa in alcune città. Si parte dal car e scooter sharing a Cagliari, di semplice esecuzione, fino alla più ambiziosa proposta di mezzi pubblici alimentati ad idrogeno nella città di Taranto.

Il mondo delle app

Il potenziale di innovazione insito nel concetto di smart city ha avuto chiare ripercussioni sulla creazione di nuove applicazioni per dispositivi mobili. Lo scopo è ,dunque, rendere maggiormente fruibili all’utilizzatore i servizi medesimi, anche grazie a questi canali che consentono un accesso più immediato. La semplificazione ed il coinvolgimento attivo del cittadino raggiungono così un nuovo e soddisfacente livello.

Una delle categorie che, per sua natura, necessita dell’intermediazione di un’applicazione per mobile è quella dell’economia della condivisione. Fenomeni come bike e car sharing (bikemi o enjoy, per citare alcuni esempi milanesi) sarebbero stati impensabili senza un tale coordinamento dei network in tempo reale, attraverso la geolocalizzazione degli apparecchi e delle stazioni di riferimento, la gestione delle prenotazioni, dei pagamenti e così via. Questo tipo di applicazioni risultano particolarmente apprezzate dai giovani, le cui limitate disponibilità economiche non sempre consentono loro di acquistare un proprio mezzo di trasporto. Oltre all’indubbio risparmio per il cittadino, queste misure sono dunque foriera di esternalità positive per l’intera comunità: grazie ad un uso più efficiente e mirato delle risorse esistenti, si riscontrano un minore inquinamento dell’aria e una diminuzione del traffico stradale.

Il principio che ha alimentato la creazione di applicazioni muove dal presupposto di universalità dei servizi, in base al quale tutti i cittadini devono essere messi nelle stesse condizioni per la loro fruibilità. A tale proposito si ricordi il caso della cittadina francese di Rennes, dove alcuni sviluppatori, utilizzando i dati forniti dal comune, hanno creato una serie di percorsi urbani accessibili alle persone con mobilità ridotta.

Da quanto emerge fino ad ora, le app costituiscono davvero una win-win solution, sia per il comune che per i cittadini. Questi ultimi, però, non possono prescindere da una co-partecipazione al servizio fornito. La logica del prosumer –ossia la coesistenza del ruolo di produttore e utilizzatore di servizi – non rappresenta una contraddizione, bensì la necessaria premessa per sopperire alla mancanza di informazioni che la compagnia o l’ente si trova ad affrontare. A titolo esplicativo, è interessante riportare la funzionalità della app di A2A (PULIamo), che consente di richiedere direttamente il ritiro dei rifiuti ingombranti e di segnalare immediatamente, tramite un apposito form, situazioni anomale nella gestione della nettezza urbana (ad esempio discariche abusive o cestini pieni).

D’altro canto, la diffusione degli applicativi riscontra anche numerose limitazioni. In primo luogo vanno annoverate le carenze di risorse umane e tecnologiche. Un altro fattore che concorre al rallentamento del processo di sviluppo risiede nella imprevedibilità del ritorno economico che ne può derivare: da ciò lo scetticismo dei finanziatori e l’abbandono di progetti ritenuti troppo ‘temerari’.

Esiste, inoltre, il rischio che un’applicazione funzionante ed attraente sulla carta si riveli di limitata utilità. Per conquistare l’attenzione, queste devono far leva su una configurazione semplice ed immediata, cercando di fornire un servizio integrato. Ad esempio, un’app che racchiuda le principali variabili della mobilità (acquisto dei biglietti per mezzi pubblici, situazioni del traffico in tempo reale, consigli sul percorso più breve) riscuoterebbe senza dubbio un maggior successo rispetto all’attuale versione unbundled dei tre servizi.

Nonostante le innegabili difficoltà, il fil rouge tra applicazioni e smart cities si sta sviluppando in maniera incessante. Occorre ribadire, ancora una volta, che il progresso tecnologico è lo strumento attraverso il quale le varie municipalità possono migliorare la partecipazione del cittadino nella vita urbana e che un investimento di questo tipo costituisce un volano per la crescita per le economie locali.

 

Matteo Matassini, al primo anno di laurea specialistica in Government and International Organisations in Bocconi, è iscritto in nextPA da settembre 2016 e si occupa di smart cities e tecnologia nel settore pubblico.

Riproduzione riservata © nextPA

Altre fonti:

http://www.italiansmartcity.it/theme_detail.php?theme=mobility

http://smartcity.brussels/news-121-what-is-the-purpose-of-open-data

https://prezi.com/yiwzfquauwlf/smart-cities/?utm_campaign=share&utm_medium=copy