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Sviluppo ed equità. Ed io pago!

di Valerio Langé ed Eleonora Perobelli.

Due i pilastri sui quali si fonda il documento programmatico di bilancio 2017: sviluppo ed equità. Quattro le macroaree di intervento: pensioni, famiglie, imprese ed Equitalia.

 

Il testo del documento programmatico di bilancio 2017 c’è, licenziato dal Consiglio dei Ministri il 15 ottobre e inviato alla Commissione Europea (e disponibile sul web). Le sintesi su siti e giornali non mancano. Tuttavia, riteniamo sa utile considerare alcune fonti fondamentali per poter dare un’interpretazione critica alla manovra. In primo luogo, il testo di Joseph Stiglitz Il prezzo della disuguaglianza, in cui il premio Nobel mostra i legami e i rischi tra la crescita della disuguaglianza (l’allargamento della forbice tra ricchi e poveri) e la rappresentatività dei meccanismi democratici. Da secondo, il rapporto Caritas diffuso lunedì 17 ottobre, che evidenzia come la disuguaglianza si stia polarizzando non solo tra Nord e Sud, ma tra vecchi e giovani, con pensionati sempre più ricchi e under trenta sempre più poveri. Da ultimo, occorre non dimenticare il referendum di dicembre, la cui ombra inevitabilmente si proietta sulla legge di bilancio, sollevando il dubbio che vi si possano nascondere mance elettorali.

La riforma Fornero, che aveva costruito uno dei sistemi pensionistici più sostenibili d’Europa, per cui l’INPS era stato chiamato come consulente per progettare il sistema pensionistico cinese nel 2015, viene via via addolcita (e quindi resa meno efficace). Nell’attuale legge di bilancio, viene destinato un miliardo all’Ape, l’anticipo pensionistico, viene ampliata la platea dei beneficiari della quattordicesima e a chi già la riceve viene maggiorato del 30% l’importo.

In tema di famiglie, la giungla di provvedimenti tra cui orientarsi per ottenere qualche soldo in più, si infoltisce di altri bonus e misure una tantum: bonus “mamme domani” di 800 euro l’anno, “buono nido” fino a 1000 euro, conferma del “bonus maggiorenni” di 500 euro, “bonus baby sitter” da 600 euro mensili, “bonus bebè” da 1000 euro l’anno.

Sul versante imprese, l’Irpef, che era variabile dal 23% al 43%, viene sostituita, per le piccole imprese, dall’Iri, fissa al 24%. Allo stesso tempo, l’Ires passa dal 27,5% al 24%.

Forte l’intervento su Equitalia, che sparisce restituendo le competenze all’Agenzia delle Entrate. Ora, anziché le famigerate cartelle, arriverà un SMS. Aboliti anche gli studi di settore.

A queste quattro macroaree si aggiungono un “bonus ricercatori” di 3000 euro una tantum, la riduzione del Canone RAI, confermato in bolletta, da 100 a 90 euro e un incentivo di 500 euro ai Comuni per ogni ulteriore richiedente asilo accolto.

Il primo commento sugli interventi in ambito fiscale: semplificare e stabilizzare è senza dubbio lodevole, così come favorire l’industria 4.0 con l’ammortamento al 250% per i “beni digitali”. Lodevole anche abbassare le tasse per chi fa impresa, motore dello sviluppo. Il motore dello sviluppo richiede però anche la benzina, fatta di consumi. E qui, son dolori, perché moltiplicare gli interventi a sostegno delle famiglie non aiuta i giovani genitori a capire a cosa abbiano diritto. Inoltre, per le famiglie numerose non pare essere previsto nulla, mentre, dopo i fiaschi ripetuti delle campagne a favore della fertilità prodotte dal Ministro Lorenzin, sarebbe utile interrogarsi su come rilanciare seriamente il tema demografico per rendere più sostenibile il sistema pensionistico.

Il sistema pensionistico. Altra nota dolente. È evidente che sono due gli elementi su cui fare leva per mantenere la sostenibilità di un sistema che, non dimentichiamolo, trasferisce i contributi di chi lavora ai pensionati. Il sistema contributivo, che lega l’entità della pensione ai contributi versati, non toglie il fatto che i soldi dei lavoratori non vengano “messi da parte” e poi restituiti, ma dati direttamente ai pensionati. Per pagare le pensioni di chi attualmente lavora, occorre quindi fare affidamento sui contributi che verseranno coloro che ora sono in fasce. Quindi, due leve: da una parte diminuire le uscite, dall’altra aumentare le entrate. Dato il meccanismo illustrato, anche il rapporto numerico tra pensionati e (potenziali) lavoratori conta, eccome. Quindi, dal momento che sembra difficile toccare i diritti acquisiti, diventa fondamentale favorire le nascite, al fine di poter pagare le pensioni future, sebbene ridotte senza pietà. Invece, solo una giungla che si arricchisce di nuovi interventi, annuali e senza alcuna parvenza di organicità. Il tutto mentre gli ultimi dati ISTAT registrano un calo del 6% delle nascite nel primo semestre 2016, il triplo rispetto all’anno scorso.

La stessa mancanza di organicità, gravissima, che notiamo nell’affrontare il problema dei migranti e le sofferenze finanziarie degli Enti Locali. Bene i 500 euro a migrante, ma non si avvicinano lontanamente alle spese sostenute dai Comuni per garantire un sistema di accoglienza adeguato.

Infine, Equitalia. Siamo tutti d’accordo in merito alla necessità di modificare l’approccio, ad oggi quasi intimidatorio, del Fisco. Tuttavia ci chiediamo se cambiare nome, poiché di questo alla fine si tratta, sia ciò che serve per risolvere quello che molti tributaristi sono concordi nel sostenere, e cioè che il vero problema di Equitalia non risieda nel nome dell’agenzia di riscossione, quanto nella mancanza di distinzione normativa tra l’imprenditore che fa il furbo e quello si priva di tutto pur di pagare i dipendenti. Entrambi non pagano, ma uno dei due si dà fuoco per la disperazione. Questa situazione non sembra destinata a cambiare spostando il problema da Equitalia all’Agenzia delle Entrate.

La fusione degli organici dei due enti è un altro aspetto critico. C’è una differenza fondamentale tra i dipendenti di Equitalia e quelli dell’Agenzia delle Entrate: gli 8.500 dipendenti di Equitalia S.p.A. sono attualmente sottoposti ad un contratto privato equiparato a quello del comparto bancario – benefit retributivi inclusi – mentre in Agenzia si stipulano contratti pubblici, legati in maniera imprescindibile al superamento di un concorso e che garantiscono paghe ben più ridotte. Come verrà assicurata una retribuzione che rispecchi la maggiore specializzazione degli attuali dipendenti del Fisco? Come evitare frizioni aziendali in sede di stipula dei nuovi contratti? Recita l’articolo 97 della costituzione: “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge”. Siamo sicuri che i tempi di fusione dei due enti coinciderà con l’approvazione legislativa di questo nuovo caso?

Inoltre, rimane dubbia la stima di incasso di 4 miliardi per quello che appare a tutti gli effetti un condono sugli interessi di mora. Con buona pace di chi ha pagato puntualmente.

Tutto questo, finanziato a debito, con uno sforamento dello 0,1% in più di rapporto deficit/PIL previsto rispetto alle già generose deroghe alle normative europee.

Insomma sembra sia mancato del coraggio, perché non basta cambiare nomi, presentare le proposte in diretta facebook, sostituire le cartelle con gli SMS, o trasformare gli accertamenti derivati dagli studi di settore con faccine colorate. Occorre che la fatturazione elettronica, grande passo avanti, sia affiancata da indicatori convincenti e comprensibili da chi fa impresa. Occorre rendere la vita semplice alle famiglie, riordinando le agevolazioni. Occorre puntare all’equità, sia sociale sia generazionale, tassando le rendite senza aumentare il debito.

Mario Monti dice di vedere in questa legge di bilancio una manovra da vecchia politica, finalizzata a vincere il referendum che proprio quella vecchia politica vorrebbe eliminare.

D’altra parte, Massimo Calvi parla di “finestra dischiusa da spalancare con coraggio”.

Dal nostro punto di vista di universitari, stagisti, lettori di Stiglitz avversi alla disuguaglianza (in particolare perché i più uguali diventiamo noi), vediamo in questa legge di bilancio idee positive per lo sviluppo, ma miopia, ingiusta e ingiustificabile, per quanto riguarda l’equità: dare a chi c’è oggi, far pagare a chi ci sarà domani.

Chi pagherà il prezzo di questa disuguaglianza?

 

Valerio Langé, associato di nextPA che ha anche ricoperto la carica di consigliere nel Comitato Direttivo nel 2015, è laureato in Economia e Scienze Sociali.

Eleonora Perobelli, associata in nextPA e Presidente da ottobre 2016, si è laureata nel 2015 in Economia Aziendale e Management in Bocconi, e ora è iscritta al Master of Science in Government and International Organizations. 

Photo credits: ANSA/ANGELO CARCONI. Articolo pubblicato anche su http://www.glistatigenerali.it