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Un’Italia a due velocità

di Davide Biscontin.

Sul divario esistente tra il Nord e il Sud Italia si è parlato tanto, forse anche troppo. Molto probabilmente però non abbastanza si è fatto per colmare tale gap. Secondo il recente studio “Noi Italia” realizzato dall’Istat nel 2014, dopo aver quindi già passato il traguardo dei 150 anni dell’Unità d’Italia, le differenze socio-economiche trasmettono l’idea di una nazione a due velocità.

Nello studio dell’Istat sono stati analizzati oltre 100 indicatori in svariati settori (ad esempio cultura, economia, mercato del lavoro, ambiente). L’indicatore che fa più riflettere è quello del PIL pro capite del Mezzogiorno (16.761 euro), quasi la metà di quello del Nord Ovest (30.821) a sua volta di poco superiore a quello del Nord Est (29.734 euro).

Un’altra differenza che fa riflettere è anche quella relativa alla speranza di vita attesa. Nel Centro e nel Sud Italia questo indicatore è inferiore a quello medio nazionale. È certamente un dato che non deve passare inosservato, soprattutto per coloro che avranno il compito di adottare e implementare le politiche di welfare per i prossimi anni. Dallo studio emerge anche la rilevanza del tema della bassa natalità che appare come un problema comune a tutto il territorio. Infatti, al fine di garantire il ricambio generazionale, ogni donna dovrebbe partorire 2,1 figli a fronte degli attuali 1,37 figli per donna. Meno figli significa un maggior sbilanciamento nei rapporti tra numero di persone over 65 e di giovani under 30 con conseguenze sugli equilibri del sistema pensionistico.

Un altro dato da considerare è la presenza di oltre 2,3 milioni (il 25,7% del totale) di giovani con età compresa tra i 15 e i 29 anni che nel 2015 non sono inseriti in un percorso scolastico e/o formativo e non sono impegnati in un’attività lavorativa. Questi sono i cosiddetti “Neet” (giovani che non studiano e non lavorano), i quali sono aumentati in maniera rilevante a seguito della crisi del 2008. Anche in questo caso si nota come l’incidenza del fenomeno sia di gran lunga maggiore nel Mezzogiorno: in Sicilia e Calabria si sfiorano infatti i NEET raggiungono il 40% dell’intera popolazione tra i 15 e i 29 anni.

Inoltre nel 2015 si rileva come “il 25,3% dei 30-34enni ha conseguito un titolo di studio universitario, un livello di poco inferiore al 26% stabilito come obiettivo per l’Italia ma lontano dal 40% fissato per la media europea”. Quindi percentuale dei cittadini in possesso di un titolo accademico è quindi aumentata dato che, nel 2014 era al 23,9%. Ciononostante, il target Ue, fissato nella Strategia Europa 2020, sembra ancora lontano.

Spostando l’attenzione sul mondo del lavoro colpisce l’incidenza del lavoro a termine, in costante crescita negli ultimi anni. A livello nazionale la percentuale di contratti a termine è attorno al 14%. Anche questo dato è però maggiore nelle regioni meridionali (18,4%) rispetto al Centro-Nord (12,5%): nel Sud e nelle Isole trovare un impiego stabile resta più difficile che nel resto del paese.

Sul fronte occupazione lo studio riporta che “nel 2015 risultano occupate oltre 6 persone in età 20-64 anni su 10, ma è forte lo squilibrio di genere a sfavore delle donne come il divario territoriale tra Centro-Nord e Mezzogiorno”. Nella graduatoria europea relativa al 2014, solamente Grecia, Croazia e Spagna presentano tassi di occupazione inferiori a quello italiano.

Come osservato da Gianfranco Viesti, economista e docente all’Università di Bari, “L’economia del Mezzogiorno è incompleta” – commenta – “un punto di PIL del Sud attiva 0,4 soltanto punti di PIL del Nord”.

Secondo Viesti per offrire al Sud una possibilità di sviluppo è necessario orientare lo sviluppo economico sui servizi e soprattutto è fondamentale l’adozione di una prospettiva più sistematica e trasversale. Il modello di sviluppo, scelto nella seconda metà del Novecento si rivela infatti inadatto e non si è dimostrato in grado di portare i risultati sperati. Se in passato la costruzione di grandi impianti manifatturieri in una realtà sottosviluppata poteva apparire come una soluzione per il rilancio del Meridione (si pensi ad esempio alle fabbriche Fiat e all’Ilva di Taranto) oggi la priorità è quella di realizzare di una rete di servizi e, parallelamente, incentivare “una cultura dei servizi” di qualità. Naturalmente in questa prospettiva l’impegno necessario è forse maggiore, ma anche i potenziali benefici potranno essere più duraturi.

L’economista Visti ricorda infatti in un’intervista al Sole 24 ore che “La costruzione di una cultura dei servizi, per esempio nel turismo, è assai più articolata. Devi elaborare un sistema dei valori. Devi sostenere un sistema dell’accoglienza. Devi creare un sistema dei collegamenti, appunto con la rete di trasporto composta dai treni che si integri con gli aeroporti collegati a loro volta con gli hub internazionali. Devi rendere fertile il sistema dell’impresa”. Colmare il divario Nord-Sud non sarà possibile se non si agirà sulle corrette leve economiche e sviluppando progetti innovativi, potenziando i servizi pubblici e la rete di trasporti.

Infine è necessario anche un impegno dei singoli cittadini, intesi come membri di un tessuto economico e sociale che necessita di nuove spinte. Il Sud deve infatti trovare in se stesso le energie per emanciparsi dalla posizione di fanalino di coda dell’economia italiana in cui da troppo tempo si trova.

 

Davide Biscontin, laureato triennale nel 2015 in Economia e Management, frequenta il corso di laurea magistrale in Economia e Legislazione d’impresa all’Università Bocconi. È associato a nextPA fin dai primi mesi della sua fondazione nel maggio 2013.

Riproduzione riservata © nextPA

Bibliografia

“Istat: arretra la speranza di vita. Pil pro capite del Sud metà rispetto al Nord” 7 aprile 2016, il Sole 24 ore

“Svimez: al Sud uno su tre è a rischio povertà. Pericolo di «sottosviluppo permanente” di Manuela Perrone 30 luglio 2015, il Sole 24 ore

“Il divario sempre più largo tra Nord e Mezzogiorno” di Paolo Bricco19 marzo 2016, il Sole 24 ore

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